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Tutto è portare a termine e poi generare.
Lasciar compiersi ogni impressione e
ogni germe d’un sentimento dentro di sé,
nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio
irraggiungibile alla propria ragione, e
attendere con profonda umiltà e pazienza
l’ora del parto d’una nuova chiarezza:
questo solo si chiama vivere da artista:
nel comprender come nel creare.
Qui non si misura il tempo, qui non vale
alcun termine e dieci anni son nulla.
Essere artisti vuol dire: non calcolare e
contare; maturare come l’albero, che non
incalza i suoi succhi e sta sereno nelle
tempeste di primavera senz’apprensione
che l’estate non possa venire. Ché l’estate
viene. Ma viene solo ai pazienti, che
attendono e stanno come se l’eternità
giacesse avanti a loro, tanto sono
tranquilli e vasti e sgombri d’ogni ansia.
Io l’imparo ogni giorno, l’imparo tra i
dolori, cui sono riconoscente: pazienza è
tutto!
Leggi
GENERARE RICCHEZZA CIVICA ATTRAVERSO COMUNITÀ, IMPRENDITORIALITÀ E REGIMI DI SUPPORTO:Tom Lumpkin e Sophie Bacq
A. Rizzo, A. Sancino
QUESTION TIME
GIRO DI BOA
Il segno che resta dell'imprenditività italiana
P. Cappelletti, R. Della Valle
C’è un altro cielo
C’è un altro cielo,
sempre sereno e bello,
e c’è un’altra luce del sole,
sebbene sia buio là –
non badare alle foreste disseccate, Austin,
non badare ai campi silenziosi –
qui è la piccola foresta
la cui foglia è sempre verde –
qui è un giardino più luminoso –
dove il gelo non è mai stato,
tra i suoi fiori mai appassiti
odo la luminosa ape ronzare,
ti prego, Fratello mio,
vieni nel mio giardino!
INNOVARE L'IMPRESA CON L'ARTE
Intervista al dott. Marcello Smarrelli, direttore artistico della Fondazione Ermanno Casoli
P. Cappelletti, R. Della Valle
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Prendersi cura della Sicilia per generare futuro
G. La Rocca
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Cosa significa accompaganre le aziende verso il processo di inclusione di persone fragili
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Emily Dickinson
IL NUOVO FONDAMENTO CHE "GENERA E SI GENERA"
La risposta al caos del presente non è una regola, ma una "tensione in avanti"
M. Silenzi
IL PRINCIPIO GENERATIVO TRA ECCEDENZA, INTERIORITÀ E SPERANZA - A. Finazzi Agró
DI BELLEZZA SI VIVE - G. Turchetto
SEGNALI DI BELLEZZA
GENERAZIONI
VIE
n°3
PENSIERO
ECOSISTEMA
STARE, ATTRAVERSARE E IMMAGINARE:
Le città delle prossime generazioni
L. Tufariello, S.Sampietro
PERCHÉ LE ORGANIZZAZIONI NON DEVONO AVERE PAURA DELLA FRAGILITÀ
R. Della Valle
EDITORIALE
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Appunti
per organizzazioni
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edizione #3 Maggio 2025
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In questo senso risulta chiaro che la natura “rivoluzionaria” della fragilità organizzativa, lungi dall’offrire un rimedio al disordine operativo provocato dalla realtà esterna, resta al centro delle contraddizioni organizzative, e rimane essenziale per comprenderle e descriverle. Il processo di riconoscimento della fragilità organizzativa si prospetta, dunque, come un laboratorio di esperienze e di emozioni in quanto, a partire della sua carica generativa, può aprirsi uno spazio relazionale dagli esiti più diversi. Questo significa mettere la fragilità alla prova dei sistemi organizzativi, lasciarla entrare nei processi, nelle relazioni, nei conflitti, prendendo atto dei fallimenti come delle pratiche esemplari.
La difficoltà nell’affrontare il nodo delle organizzazioni consiste nel modo in cui pensiamo le generazioni che assicureranno il loro futuro. Quello che accadrà dipende da quanto ancora sarà diverso ciò che arriverà.
di Riccardo Della Valle
Collaboro alle attività di ricerca e studio promosse da Genialis sulle organizzazioni generative.
Sono stato dirigente d'azienda
PERCHÉ LE ORGANIZZAZIONINON DEVONO AVERE PAURA DELLA FRAGILITÀ
L’organizzazione “di una volta” non esiste più; criticarla, difenderla o lasciarla andare equivale a consegnare alla storia qualcosa che resta fondamentale per la comprensione dei fenomeni organizzativi. Le organizzazioni stanno rapidamente cambiando, e per leggerle servono nuove lenti. Si tratta però di capire come nel frattempo si sono evolute, e più ancora cosa sta avvenendo in quei casi in cui la gabbia organizzativa è stata rotta. Ora si trovano a un “giro di boa”: poste di fronte a un gigantesco cambiamento forzoso di rotta – che forse per la prima volta non prevede rallentamenti o ritorni alle origini – sono chiamate a biforcare: adattarsi all’instabilità delle residue funzionalità dell’usato sicuro del modello entrato in crisi, oppure sperimentare nuove vie provocate dall’urgenza di corrispondere tanto a esigenze esterne di contesto, quanto a priorità operative interne di sistema. Per questo, chi oggi governa un’organizzazione si sente assalito e provocato dalla straordinarietà della realtà, fatta di accelerazioni e decelerazioni continue, che spinge per assumere decisioni alle volte radicali per riuscire a interpretare i tempi. La responsabilità di mettere mano alla natura dell’organizzazione nell’attuale passaggio della sua crisi, dunque, è enorme: oltre a fronteggiare resistenze culturali, occorre accettare di mettere in gioco i fondamenti di tradizione, senza esitazioni e senza paracadute intellettuali di derivazione sociotecnica. Ovvero, rischiare di mettere in discussione le modalità con le quali immaginare e declinare funzioni e ruoli in termini sempre meno gerarchici e piramidali, invece sempre più frattali, decentrati e collaborativi. Ma il “disordine” organizzativo non va generalizzato se si vogliono evitare contraccolpi non indifferenti. L’organizzazione non è un ente ingenerato, immobile, concepito solo in termini quantitativi, come una sola cosa, ma come uno stato nel quale costruire una cultura funzionale mettendo insieme persone e idee, dove tutto è in relazione con tutto.
EDITORIALE
Se il futuro della pianificazione organizzativa potrà essere diverso – un futuro non inevitabile ma uno tra i possibili reali – occorrerà immaginare di andare ben oltre una rimodulazione segmentata di assetti gerarchici: servirà attrezzarsi per “imparare a vedere” i sistemi nella loro totalità perché c’è sempre qualcosa in più rispetto a ciò che si vede, e non è così scontato che l’attuale ingegneria organizzativa, nelle grandi come nelle medio-piccole organizzazioni, sia pronta per questo test. Nella nuova realtà entropica, le organizzazioni potranno rivelarsi un contenitore antientropico di resilienza generativa, solo se capaci di aumentare la capacità di leggere e interpretare le variazioni dei contesti con cui sono costrette a confrontarsi, e se adotteranno soluzioni flessibili in grado di resistere e rigenerarsi.
Investite da accelerazioni che le mettono di fronte a emergenze e imprevisti, e a scelte non sperimentate, le organizzazioni oggi si scoprono “fragili” e vulnerabili, prive di equilibrio e di prospettiva di fronte ai repentini cambiamenti dello scenario geoeconomico. La condizione di fragilità è quanto di più attuale ci sia oggi nelle organizzazioni. Una fragilità che prova a tenere dentro il necessario e il superfluo, e che non distingue sempre l’utile dal precario. Le accelerazioni crescenti, sempre meno sostenute da sistemi di conoscenza e orientamento, sottopongono i sistemi organizzati a nuovi rischi di tenuta perché non possono più contare su schemi operativi ordinati e stabili dove ogni elemento è riferito a una misura e a un risultato. Presi dalla densità del presente, tali sistemi – sempre più esposti alle mutazioni e alle tendenze della tecnica – faticano a dare forma a configurazioni esemplari e a immaginare un futuro, che resta sempre più inscrutabile, biforcato e ambivalente. Avvertono la mancanza del “simbolico” capace di dare senso a esperienze condivise e di nuova continuità, pur nelle condizioni di precarietà e di rischio di questo tempo caotico. In questa assenza, sono sviluppate asimmetrie applicative e rincorse senza prospettive sull’intelligenza organizzativa, mentre sembra perdere valore e consistenza il rapporto polare tra il campo dell’esperienza accumulata e l’orizzonte delle attese. Ritrovandosi in una tale condizione di incertezza e di provvisorietà, i sistemi organizzativi che nei decenni sono stati progettati e implementati per affrontare problemi diventati nel tempo sempre più standardizzabili e ripetibili, possono subire paralisi operative e andare in difficoltà, se forzati a cambiare radicalmente punto di vista, invece di sforzarsi per generare qualcosa di nuovo.
Ciò che si sta osservando nelle organizzazioni che si interrogano – e che ancora si esercitano nella sperimentazione di trovare soluzioni fuori standard oltre la compliance – riguarda i ripensamenti nei confronti della rigidità genetica del modello storico organizzativo. Rompere gli schemi non è semplicemente un’azione da progettisti illuminati, ma è il portato tangibile della complessificazione del mondo del lavoro organizzato, che non tollera rendite di posizione nel momento stesso in cui sono messe in discussione certezze divenute improduttive. Il cambio di paradigma necessario è dunque evidente, e prevede un ripensamento culturale della prospettiva organizzativa che si era uniformata all’ideologia gestionale – il neotaylorismo frutto di congiunture superate – e che si era indirizzata verso quella volontà riformatrice ormai inadeguata, rappresentata dalle esigenze del cosiddetto neomanagerialismo.
Non possediamo più un senso condiviso della direzione in cui va la storia, che ormai sembra svilupparsi entropicamente fuori dal nostro controllo. Si era detto che la globalizzazione avesse unificato e rimpicciolito il mondo; in realtà – osservando l’indecifrabilità della scena globale alla fine del bipolarismo – occorrerebbe dire che lo ha moltiplicato, complicando le interdipendenze a livelli prima impensabili. Oggi, appare chiaro che il capitalismo nelle sue varie articolazioni razionalizza ben poco, anzi, è soggetto agli umori irrazionali più disparati, degli stati come dei mercati. Non sappiamo dove si sta andando, ma sempre più assistiamo al passaggio da una fiducia calcolata a una diffidenza estrema nei confronti del futuro, e questo passaggio spesso accade da un giorno all’altro. Tutto ciò produce un’ansietà profonda che assume molteplici forme, sia a livello delle persone sia a livello sociale delle organizzazioni.
Riccardo Della Valle
Fragilità è dunque la parola-problema di questo tempo, il cui punto chiave sta nella gestione relazionale all’interno del tessuto organizzativo. Deriva dal latino frangere: spezzare, frammentare, rompere un equilibrio, denota una condizione di destabilizzazione e di vulnerabilità. La fragilità – avvertita come ospite inatteso dalla cultura organizzativa – non è concepita dai sistemi organizzati, non è accettata. E anche quando la fragilità si mostra sotto forma di un evento negativo con conseguenze economiche e sociali, le organizzazioni piuttosto che riconoscere le proprie responsabilità – mettendo in azione misure di cambiamento strutturale per superare la criticità – possono essere portate ad adottare strategie di trasferimento delle responsabilità incolpando qualcuno o qualcosa (processo di costruzione intraorganizzativa del “capro espiatorio”), al fine di scongiurare conseguenze per l’organizzazione stessa. È questo un approccio di colpevolizzazione che, lasciando gli aspetti organizzativi sullo sfondo, può creare nelle persone come nelle unità organizzative un senso di paura e di risentimento per il portato sanzionatorio, e può produrre un circolo vizioso di inerzia, tale da inibire l’apprendimento dagli errori e il recupero del clima relazionale di fiducia tra le persone e i livelli gerarchici. Nelle situazioni organizzative dove bassi sono i livelli di coesione sociale è più facile adottare approcci punitivi anziché trovare alternative “riparative” che mettano enfasi sull’affidabilità dell’umano; ovvero, precipitarsi sulla soluzione senza preoccuparsi prima di tutto del problema.
La fragilità nell’organizzazione contemporanea, specie se complessa, è valutata una variabile da trascurare, una voce da immolare a protezione del telos, degli interessi della leadership organizzativa e del mantenimento dell’efficienza. L’esplicito portato ansiogeno evocato dalla parola “fragile” viene più spesso mediato, quando non rimosso, da strategie angosciate dalla durezza della crisi, e come sempre accade nei grandi rivolgimenti, le sfide maggiori per le organizzazioni sono interne e non esterne. I sistemi organizzativi soffrono di crescente inquietudine e di varie patologie dovute dall’avere esiliato e anestetizzato la fragilità dal loro funzionamento. Fragilità è parola accidentale perché il vocabolario organizzativo la considera irrilevante, se non debole e perfino negativa, ovvero priva di valore perché ostativa alla logica razionale dell’efficacia. Ma la fragilità organizzativa può diventare una risorsa collettiva e una caratteristica attraverso cui un’organizzazione ridefinisce il proprio sguardo e le proprie priorità: siamo certi che essere fragili sia una condanna? Perché invece non ritenere che la fragilità sia un problema coessenziale all’esperienza viva dell’organizzazione?
Le organizzazioni generative sono quelle in cui le loro azioni assumono un carattere proattivo di fronte alle vulnerabilità operative: evitano di concentrarsi su se stesse senza riconoscere la necessità del cambiamento; fanno emergere i trade-off rendendo espliciti i dilemmi che le attraversano; apprendono e rivedono continuamente le proprie politiche perché si convincono di dovere gestire meglio le cose in futuro. La sfida, allora, è di sentirsi colpiti dal problema del “fragile” per riuscire a interrogarsi e trovare ancora un’altra strada per restare vitali. Non è ritenere che manchino o siano superflue delle risposte, che tutto sia scontato, che si sia condannati dalla contingenza, sebbene i progressi delle organizzazioni dipendano dalle casualità e dall’intelligenza umana che le studia. Piuttosto, si tratta di pensare la fragilità organizzativa come “dono”, inteso come processo culturale e antropologico di dare vita a relazioni di scambio per “risarcire”, per dare libertà alla condivisione di pratiche operative e consentire l’eredità dei mezzi; per eliminare barriere, discriminazioni e disuguaglianze; per generare visioni inedite. In questo modo, l’azione generativa può creare e alimentare un legame sociale dinamico basato su una relazione di innovazione e capacitazione. Questo “fragilizzarsi” è quanto mai attuale perché incrocia sensibilità, spirito di cambiamento, desiderio di partecipazione, e mai come oggi sarebbe importante mettere il potere generativo della fragilità al servizio dell’organizzazione.
La realtà caotica che incombe presenta una concentrazione di fenomeni compositi nei quali i sistemi di gestione delle organizzazioni devono affrontare continui cambiamenti, rivedendo schemi e modelli relazionali ormai inadatti o controproducenti. Questo significa dovere ridefinire se stessi dentro una complessità che non è automatico riescano ad accogliere nei loro fondamentali sociotecnici. Nella sostanza, più che una tenuta si osserva una caduta delle forme organizzative tradizionali, e anche nei casi di semplificazione della struttura, insieme alla semplicità formale viene restituito uno smarrimento d’identità e una confusione di ruoli. In generale, si è dato maggiore peso alle innovazioni tecnologiche rispetto all’innovazione organizzativa, e questo nell’attuale condizione di crisi ha ridotto la loro capacità di reazione. Prima ancora degli strumenti, sembra sfuggano alle organizzazioni le risorse cognitive adeguate a capire, a ridisegnare le strategie e andare avanti, pur nella consapevolezza che non esiste una soluzione univoca valida una volta per tutte. Anche per tale motivo i sistemi organizzativi si trovano in uno stato di equilibrio metastabile, che sfida in spazi e luoghi differenti le possibilità della stessa azione organizzativa, a fronte di un disordine che scompone e ricompone un quadro in continua tensione interpretativa.
Le organizzazioni sono entrate in un territorio entropico dove tutto è in movimento e l’instabilità inquieta. La complessità in cui si trovano immerse genera un flusso di provocazioni che non sono dominabili se non adottando una postura “neghentropica”, cioè fluidifcando le modalità d’iniziativa delle strutture, delle persone, delle relazioni. Ciò che maggiormente colpisce è l’estrema diversità di coordinate rispetto a tutto ciò con cui si aveva familiarità: i sistemi sono interpellati in tempo reale con una ricchezza di variabili che non offrono più presa sicura per qualsiasi schema organizzativo. Nella policrisi si è visto che non ci sono fasi di mezzo tra livelli di continuità che consentano di mantenere il ritmo degli eventi e aiutare a non essere riassorbiti indietro. Per definizione, le organizzazioni antientropiche sono strutturalmente metastabili e devono impegnarsi per trovare un loro equilibrio, non sono inerziali e provano a mettersi in discussione; non hanno best practice di riferimento e desiderano preservare il genio e il desiderio della propria unicità. Non hanno un modello predefinito cui rifarsi e sono “trasduttive”, in quanto lo sforzo immaginativo dei progettisti è portato a esplorare, a costruire domande, non solo a cercare risposte. Le organizzazioni neghentropiche sono generative perché si mettono nella disposizione di vivere la complessità dall’interno, senza la pretesa di avere tutto sotto controllo poiché nessuna configurazione è mai definitiva. Sviluppano un pensiero critico che non teme il dubbio e assumono una visione mai universale bensì culturale e relazionale: invece di prescrizioni utilizzano framework per controbilanciare il disordine ed essere pronte per rettifiche e ripensamenti. La loro progettazione organizzativa è generativa perché da un lato agisce in modo intenzionale per contrastare la frammentazione e la standardizzazione procedurale; e dall’altro perché si concentra sull’assenza di livelli gerarchici verticali per sviluppare in alternativa quelli cooperativi orizzontali, considerando un ruolo esteso e decentralizzato del management, che deve restare più focalizzato sulla necessità di moltiplicare le risposte in tema di ricerca, processi esplorativi, mobilitazione di competenze, agilità di contrasto all’entropia.
I sistemi organizzativi vedono crescere la loro complessità di gestione in conseguenza del repentino modificarsi dei contesti esterni, con il conseguente esplodere di climi e atmosfere lavorative, che riportano alla ribalta aspirazioni, passioni, emozioni. Come sistemi viventi, le organizzazioni integrano processi mirati a fornire gli elementi di tenuta delle loro strutture con attività di esplorazione adattiva rispetto all’evoluzione delle nuove sfide, così da rendere possibili l’interpretazione e l’adeguamento delle risposte che il disordine e le variabili di contesto richiedono. Di qui, la necessità di assumere che la complessità esterna condiziona anche l’assunzione di una dose non prevista di complessità interna, ammettendo che i conflitti nelle relazioni sociali intraorganizzative hanno un loro “costo di aggiustamento” inevitabile per arrivare a soluzioni cooperative.
L’infelicità organizzativa, causa di disagio, frustrazione e discriminazione per chi svolge attività in assenza di significato, potere e discrezionalità operativa, porta a forme di alienazione che, a seconda della durata di queste inquietudini, possono tradursi o in assuefazione oppure in conflittualità. E anche tra i manager, cause di alienazione possono derivare dalla strutturazione dell’organigramma e dalla perdita di ruolo, dalle possibilità di proposta o di veto, da chi tocca stabilire le strategie e le tattiche, da quali sono le fonti del potere e con quale stile esercitarlo. In sostanza, l’organizzazione si trova ad affrontare gli effetti trasformativi derivanti da problemi di lesione dei legami sociali in cui il risentimento – diventato “spirito del tempo”, spesso importato da fratture sociali esterne saldatesi con dinamiche interne – con la sua carica di ambivalente inadeguatezza e insufficienza, reclama riconoscimento. Sostenuto da sentimenti di invidia, rivalità e da aspirazioni negate, il risentimento per sopravvivere ai casi di fallimento, trasforma il desiderio originario di riconoscimento in desiderio di vendetta; si alimenta della rabbia e del rancore prodotti da un mix di ingiustizia, difficoltà economiche, incertezza del domani, false notizie. In un caso l’organizzazione è avversata per la sua assenza o per la sua presenza disturbante, e in entrambe le circostanze vi è un eccesso che organizzativamente occorre fronteggiare. Nell’altro caso, il risentimento immaginario o agito del rispondere al male col male può sempre cambiare di segno generando odio e aggressività; viceversa, odio e aggressività possono a loro volta generare alleanze e amicizie.
Che immagine del Paese emerge dal nuovo Rapporto Italia Generativa?
Per molti aspetti nel documento sono confermati dati già ben conosciuti e monitorati dagli esperti. Eppure, nel tentativo di connettere e descrivere congiuntamente i tantissimi dati disponibili, il Rapporto rivela una sintesi non scontata del Paese, rivelando grandi limiti ma anche interessanti potenzialità.
Pur da un oggetto diverso – l’intraprendere – anche il Rapporto di quest’anno prova ad illuminare l’originalità del Paese, la sua “differenza”, che viene identificata qui nella capacità di fare impresa “altrimenti”. Un’indicazione da intendersi in senso estensivo, coincidente con l’ abilità di andare oltre l’idea di intrapresa predominante negli ultimi decenni; che non appartiene al nostro DNA e che lascia aree grigie di insoddisfazione e perplessità rispetto alla sua sensatezza e sostenibilità.
L’impresa italiana si rivela specchio del Paese, della sua natura paradossale di tenere in tensione gli opposti: le dimensioni limitate con la sorprendente reticolarità; il radicamento territoriale e, insieme, la creatività dialogica, riconoscibile e comprensibile universalmente; il riconoscimento della tradizione e, insieme, l’esplorazione incessante di nuove forme; la ricerca dell’unicità e la convivenza della pluralità; l’ossessione per la bellezza ma anche il rigore della funzionalità.
Il rischio è che le transizioni in atto, il digitale e l’IA su un fronte, e l’incertezza geopolitica sull’altro, rischino di indebolire quella tensione polare che consente all’Italia di fare bene l’Italia. Costringendoci a scegliere da che parte stare, questo tempo aumenta le probabilità di far saltare l’intrapresa italiana, che, nella sua unicità, può sopravvivere solo in contesti molteplici e plurali. L’omologazione, l’adeguamento monocromatico, la dittatura dell’uniformità sono dietro l’angolo. La de-differenziazione porterebbe ad un impoverimento drammatico e forse senza ritorno per il Paese.
Sarebbe la fine dell’incredibile polifonia ecosistemica. Il taglio del bosco.
È il tempo per cambiare la rotta e compiere il giro di boa descritto nel titolo.
Non si tratta di tornare indietro, piuttosto di un biforcare da coloro che raccontano che l’unica via possibile, per l’intrapresa, sia oggi puntare verso il mare aperto. Ma andare sempre più avanti seguendo questa rotta porterebbe ad allontanarci sempre più da chi siamo e da cosa siamo capaci di fare.
Per questo il Rapporto ha anche un sottotitolo: “Il segno che resta dell’imprenditività italiana”.
Oggi all’Italia è richiesto un passaggio storico, nella consapevolezza che, se occorre certamente continuare la navigazione, è necessario recuperare un sapere – relazionale, contestuale, metodologico, artistico, antropologico – che rischiamo di perdere. Per rilanciare l’imprenditività, si potrebbe ripartire dal segno che ancora vive in tanta intrapresa, come testimoniano efficacemente le interviste raccolte: l’imprendività italiana perde la rotta senza un umanesimo operativo – la capacità di trovare chiavi sempre nuove ed attuali per coniugare funzione e senso, locale e globale, tradizione e innovazione, rigore e improvvisazione – che possa fungere da bussola al giro di boa che ci attende.
Siamo a un giro di boa
I 4 capitoli che compongono la prima sezione del Rapporto raccolgono i numeri che tratteggiano la capacità imprenditiva del nostro Paese nel confronto con l’Europa. I dati sono organizzati attorno ad altrettante questioni nodali: i suoi dinamismi e i limiti; la biodiversità degli attori e delle forme; gli immaginari; il quadro di trasformazioni che stanno rimodellando radicalmente lo scenario dell’intraprendere nel confronto con la transizione digitale, ecologica e organizzativa.
La seconda parte del Rapporto offre dati di natura qualitativa. Qui vengono proposte dodici interviste a figure apicali di altrettante realtà imprenditoriali italiane, selezionate per la loro capacità di concepire e coniugare l’intraprendere come azione generativa, impastata di libertà e, insieme, di responsabilità anche verso ciò che fa esistere l’impresa, rendendo possibile la sostenibilità dei suoi ecosistemi.
In questo l’intrapresa si rivela azione innovativa – ossia azione di design del futuro – ed insieme epimeletica – cioè di cura e rigenerazione continua dei suoi diversi contesti umano, sociale, ambientale, economico, istituzionale - che nutrono e co-individuano l’agire imprenditoriale.
Le considerazioni finali riprendono cinque nodi che interpellano oggi l’intrapresa italiana per individuare un possibile orizzonte di riflessione e di lavoro.
Il primo nodo riguarda la dimensione autoriale, ovvero chi saranno i nuovi protagonisti dell’intrapresa. Anche in considerazione dei significativi cambiamenti demografici in corso nel nostro Paese, a partire dal visibile invecchiamento dell’imprenditoria italiana, la questione non è affatto secondaria. A questo proposito, il Rapporto guarda a tre differenti cluster – i giovani, le donne, gli stranieri – popolazioni al momento ancora parzialmente sottorappresentate, per sottolineare la necessità di intervenire con urgenza sulle precondizioni che ne potrebbero rendere possibile una più significativa attivazione. Al momento, infatti, se la propensione all’intrapresa è in Italia perfino più marcata che altrove in Europa, essa rischia però di essere congelata sul nascere da un habitat non favorevole all’iniziativa.
Il secondo nodo riguarda la necessità di uscire dalla polarizzazione grande-piccolo che da anni rischia di rendere sterile il dibattito sull’evoluzione dell’intrapresa italiana. I numeri offerti dal Rapporto restituiscono un quadro europeo anche meno schematico, dove l’originalità del percorso italiano emerge, piuttosto, dalla compresenza di altre caratteristiche, in particolare la limitata presenza di grandi imprese, l’intraprendenza dell’azienda media, la vivacità della piccola impresa. Uscire dall’interpretazione oppositiva dello schema di gioco “Grande” vs “Piccolo” potrebbe aprire nuove possibilità di azione nell’ottica della valorizzazione e attivazione in relazione di quello che già esiste.
Appare tuttavia necessario mettere mano ai fondamentali: risolvere l’annosa questione della bassa produttività; sciogliere il nodo gordiano dei bassi salari e dell’ innovazione; agire per ridurre la vulnerabilità di un modello centrato sulle medie imprese altamente competitive, soprattutto nell’attuale instabilità geopolitica; intervenire sull’ecosistema finanziario a supporto della stabilità finanziaria delle imprese.
Da qui l’identificazione di tre elementi chiave appartenenti al DNA italiano e che potrebbero, se riscoperti e valorizzati, contribuire ad accompagnare il sistema Italia ad un cambio di passo oggi più che mai necessario.
Il primo – che corrisponde al terzo nodo ripreso dalle considerazioni finali – riguarda la capacità dell’imprenditoria italiana di favorire il pluralismo tecnologico e la coesistenza di molteplici approcci innovativi (tecnodiversità). Centrale è, in questa fase storica, la digitalizzazione rispetto alla quale il nostro Paese, se ha visto importanti avanzamenti, resta ancora lontano dalla spinta dei Paesi best performer. Il concetto di biodiversità tecnologica è fondamentale per l’Italia, che appare più di altri agevolata ad avviare le trasformazioni legale al digitale e all’IA con modalità non oppositive, ma integrative del nuovo, ovvero in forme e processi di co-evoluzione con ciò che appartiene alla tradizione del Made in Italy. Ciò è possibile scommettendo con convinzione sul fattore umano, un punto cruciale che, se purtroppo resta sottotraccia nella parte statistica, si afferma con grande lucidità nelle interviste ad aziende che, anche in ragione di queste scelte strategiche, possono essere considerate un’interessantissima avanguardia produttiva cui guardare.
L’impresa italiana non è un’isola, bensì un sistema di relazioni radicato profondamente in un territorio, con il quale attiva circolarità virtuose e mutualmente vantaggiose. È questo il secondo driver ed il quarto tema rilanciato nelle conclusioni. È attorno al territorio e alle sue relazioni che l’intrapresa italiana continua ad evolvere disegnando sempre nuove forme – dai distretti alle multinazionali tascabili al cosiddetto “quinto capitalismo”. Dove il modello funziona troviamo reti di interdipendenze di breve raggio; sistemi di collaborazione snelli e veloci nell’adattamento alle richieste dei mercati; condivisione di competenze e risorse tecnologiche; fiducia e supporto con una sensibile crescita della resilienza collettiva.
Il quinto nodo – terzo elemento chiave su cui lavorare – curva sull’ecosistema, inteso come il contesto che può fungere da incubatore ed acceleratore. La fragilità dell’ imprenditività italiana si mostra qui in tutta la sua complessità. È nell’ecosistema, infatti, che l’impresa è incubata e trova le precondizioni per il suo sviluppo. È l’ecosistema che offre gli ingredienti per fare l’intrapresa, in primis le risorse umane. Ancora, è l’ecosistema che garantisce la manutenzione delle reti materiali ed immateriali per connettere l’impresa con il mondo, delle norme e dei regolamenti che ne garantiscono il libero e responsabile operare, le risorse che ne supportano l’investire e l’innovare.
di Patrizia Cappelletti
Sono ricercatrice sociale presso il Centro di Ricerca ARC dell’Università Cattolica di Milano, dove da anni mi occupo di generatività sociale nelle organizzazioni. Svolgo attività di formazione e consulenza per soggetti pubblici e privati.
Laboratorio di
MANAGEMENT GENERATIVO
Come è articolato il Rapporto
L’imprenditività come indicatore di generatività
I 5 nodi che interpellano l’impresa italiana
Quest’anno il Rapporto Italia Generativa, giunto alla sua terza edizione, mette a fuoco il tema dell’intrapresa.
L’imprenditività è direttamente connessa alla generatività sociale e ne può essere considerata una interessante cartina di tornasole, in quanto, per esistere e prendere forma, presuppone la spinta del desiderio, il coraggio e la responsabilità di assumersi il rischio dell’iniziativa, di metterla al mondo, prendendosene cura per farla crescere, e rendendola autonoma, oltre i suoi stessi autori.
Si tratta, dunque, di pensare l’intraprendere come un processo complesso, relazionale e fiduciario, capace di riconoscere, mobilitare, connettere ed attivare risorse sparse, per orientarle verso la co-generazione di un valore multiforme da condividere con molteplici stakeholder, presenti e futuri.
Se così osservata, l’intrapresa si rivela una leva fondamentale per la generazione e rigenerazione della vita sociale ed economica: liberando e catalizzando energie per sé e per altri, essa apre sempre nuove opportunità di esistenza nell’oggi e di sviluppo per il domani.
Il terzo Rapporto Italia Generativa si propone di offrire una lettura originale dell’imprenditività italiana, nell’intento di individuarne, in una logica processuale, multidimensionale ed intergenerazionale, punti di blocco ma soprattutto possibili leve di promozione e sviluppo.
GIRO DI BOA. IL SEGNO CHE RESTA DELL’IMPRENDITIVITÀ ITALIANAIl terzo Rapporto Italia Generativa
QUESTION TIME
Stare, attraversare e immaginare:
le città delle prossime generazioni
di Sara Sampietro
Generazione Go!, socia di On Impresa Sociale e responsabile area Generazione Go!, ha conseguito un Dottorato in Culture dei Media presso L'Università Cattolica del Sacro Cuore, è ricercatrice e docente nell'ambito degli audience studies, con particolare attenzione all'esperienza dei pubblici fragili. Per l'Alta Scuola in Media, Comunicazione e Spettacolo (ALMED) è coordinatrice del progetto Osservatorio Opinion Leader 4 Future. Al di fuori dell'ambito accademico ha rivestito ruoli manageriali nel campo del marketing e delle ricerche di mercato.
Le nostre progettualità si articolano attorno a cinque azioni principali, semplici ma versatili, capaci di adattarsi a diversi contesti relazionali e di costituire la base per percorsi ludici, educativi, espressivi e creativi:Sostare: fermarsi in un luogo e “starci”, in tranquillità e silenzio, con uno sguardo aperto e disponibile. Significa abitare lo spazio in modo nuovo, diverso da quello passivo e distratto a cui siamo spesso abituati.Ascoltare: prestare attenzione alle voci e ai suoni dell’ambiente urbano: le conversazioni tra passanti, i rumori della strada o, dove ancora presenti, i suoni della natura.Dare voce: riscoprire il valore del saluto, della conversazione spontanea, del dialogo con sconosciuti. Significa avere il coraggio di rivolgersi all’altro e godere del piacere di una chiacchierata.Scrutare: osservare con curiosità e attenzione, senza malizia, alla ricerca dell’inedito (un dettaglio nascosto, un gesto significativo o una bellezza inaspettata). Questa azione può essere arricchita dall’uso di strumenti fotografici o video per catturare e valorizzare ciò che l’occhio ha scoperto.Immaginare: riflettere sul possibile, dare forma concreta ai desideri e contribuire alla co-progettazione di spazi e territori urbani più inclusivi e abitabili, anche per le nuove generazioni.>/li>
Queste azioni possono acquisire anche un importante valore formativo e orientativo, soprattutto quando accompagnate dalla presenza di professionisti capaci di condividere con i giovani le proprie competenze ed esperienze (fotografi, videomaker, paesaggisti, antropologi, ecc.).
Nel corso delle nostre esperienze, sono emerse alcune tensioni significative che attraversano i vissuti degli adolescenti in città:
Essere street o non esserlo: c’è chi sente l’urgenza di uscire, vivere la strada, e chi invece preferisce la sicurezza della casa. Tra questi due poli estremi si collocano molte sfumature: “Mio fratello sta sempre fuori, è conosciuto... io invece sto a casa, guardo la TV. Mi dicono di uscire, ma non mi va. Non sono come lui, non voglio esserlo”.Stare o attraversare: per alcuni la città è fatta di luoghi in cui sostare (una panchina, un bar, un parchetto); per altri, è uno spazio da percorrere, da attraversare camminando, da soli o in gruppo. La città diventa così una rete di punti e legami, spesso tramandati di generazione in generazione: “Anche prima i ragazzi stavano in questa piazzetta, è sempre stato così”.Isolarsi o farsi notare: lo smartphone e le cuffie spesso creano barriere. Alcuni giovani si isolano, faticando a percepire ciò che li circonda: “Ma scusa, senza cellulare cosa faccio sui mezzi?”. Altri invece si mostrano: ascoltano musica a tutto volume, sfrecciano sui monopattini, si mettono in scena con il loro atteggiamento e abbigliamento. Eppure anche questi atteggiamenti tradiscono un desiderio di ripiegamento su se stessi e non di apertura all’Altro. Non ascoltano, si ascoltano. Non guardano, si guardano e chiedono. Esplicitare o nascondere legami: per alcuni adolescenti, il luogo di appartenenza è motivo di orgoglio e identità condivisa (abitudini, gusti, atteggiamenti) attraverso il quale mostrarsi e farsi riconoscere: “Lo sanno tutti che siamo la compagnia di Pantigliate!”. Per altri è un’informazione da celare per evitare etichette e pregiudizi: “Se vieni da qui e vai a scuola in centro… ti guardano storto, come se arrivassi da un altro pianeta”.
Queste sono solo alcune delle tensioni che alimentano l’esperienza urbana degli adolescenti, tra contraddizioni, fragilità, ma anche aperture e nuove possibilità.
È da qui che partiamo, come Go!, per accompagnare i ragazzi nella cura e nella progettazione delle loro città future.
di Luigi Tufariello
consulente e community manager per l'area Generazione Go! di On Impresa Sociale, Dopo aver studiato per alcuni anni comunicazione e marketing, si orienta verso progettualità finalizzate ad un impatto sociale e culturale, con particolare attenzione all'ambito comunitario e giovanile.
Le azioni proposte
Tensioni cittadine
Come Generazione Go!, area di On Impresa Sociale dedicata ai giovani e ai percorsi educativi, ci interroghiamo costantemente sul rapporto tra adolescenti e spazi urbani. Lo facciamo sperimentando nuovi linguaggi e punti di vista inediti, con l’obiettivo di individuare possibili linee di sviluppo che rendano le città sempre più accoglienti per le generazioni future.
Negli ultimi anni, attraverso progetti come XYZ (finanziato da Fondazione di Comunità Milano), Di Bellezza si Vive (finanziato da Impresa Sociale Con i Bambini), Come FARI sul Mare (sostenuto da Fondazione Cariplo) e Playlist 5!, abbiamo ideato e realizzato attività di esplorazione urbana, ricerca partecipata e storytelling nei quartieri periferici della zona Sud di Milano. Il quartiere riqualificato di Garibaldi-Isola, sempre a Milano, è invece al centro di un progetto ancora in corso intitolato Almeno io!. Parallelamente, siamo attivi anche a Como, Torino e in diverse aree dell’hinterland milanese.
L’incontro con ciascuno di questi territori ci ha restituito racconti intensi, ricchi di emozioni, bisogni e soprattutto aspettative: c’è chi sogna di andare lontano, chi invece desidera restare e contribuire al cambiamento del luogo in cui è cresciuto, chi vive la “strada” come fonte di ispirazione e chi ancora è alla ricerca di un posto sicuro e familiare, anche se distante da casa.
Ciò che accomuna questi sguardi è la loro autenticità: non sono “sguardi adultizzati”, ma profondamente radicati nella quotidianità reale dei ragazzi — a volte confusa, a volte difficile, ma sempre sincera.
I progetti degli ultimi anni
di Angela Rizzo
Università degli studi di Milano-Bicocca
e Alessandro Sancino
Università degli studi di Milan
Essere generativi significa volere ed essere capaci di avviare iniziative sociali ed economiche di valore, altruistiche e relazionali che possano creare un’eredità a beneficio della società futura (Giaccardi & Magatti, 2017).
Secondo Lumpkin e Bacq, la combinazione di questi aspetti richiede l’intersezione tra tre gruppi principali di attori, che sottendono l’intersezione di tre logiche di azione differenti (Lumpkin e Bacq, 2019). In primis, la comunità (logica di appartenenza e cittadinanza) che rappresenta il contesto civico (fisico o astratto) in cui viene affrontato un problema sociale ed in cui, quindi, scaturisce il cambiamento. Gli individui che fanno parte di tale contesto condividono norme, valori e credenze (Bollen & Hoyle, 1990), ma anche esperienze o interessi simili, indipendentemente dalla loro vicinanza fisica (Holland, 2012; Stewart, 2003) e sono generalmente animati da un senso di responsabilità che stimola la loro predisposizione alla partecipazione attiva alla vita comunitaria ed alla promozione del cambiamento (Berrone et al., 2016; Lumpkin et al., 2018; Lumpkin e Bacq, 2019). Da questo punto di vista, ritorna l’aspetto del protagonismo della comunità stessa, fondamentale per una migliore resa delle iniziative (in termini di impatto) (Tracey, 2005) e per il loro mantenimento. Valorizzare le intuizioni, le risorse e le competenze locali, attraverso un elevato coinvolgimento dei suoi membri, è fondamentale per promuovere il benessere collettivo e accrescere il capitale civico, ma anche per rafforzare il loro senso di responsabilità nella gestione della ricchezza generata, e stimolarli ad intraprendere nuove iniziative per crearne di ulteriore, ad esempio attraverso la nascita di nuove imprese (Bovaird, 2007). Di riflesso, questa intraprendenza può attivare più facilmente il supporto di sostenitori esterni (Lupton, 2012; Moyo, 2009), quali ONG, organizzazioni filantropiche, finanziatori di imprese sociali, governi, università e persino piattaforme di crowdfunding. L’insieme di questi attori forma la seconda categoria dei regimi di supporto (logica di influenza e controllo) che, attraverso diverse modalità e risorse, sono in grado, da un lato, di esercitare un’influenza esterna a favore delle iniziative di cambiamento sociale (Austin et al., 2006), di aggiungere legittimità e di garantire supervisione ed ordine (Stephan et al., 2016). Dall’altro, possono anche imporre un certo grado di controllo sulle questioni da prioritizzare, sulle modalità di sviluppo delle iniziative e sui meccanismi di monitoraggio dei risultati da esse generati (Barman, 2008; Chisolm, 1995). Come si accennava nelle righe introduttive, sebbene inizialmente le risorse esterne possano attivare i processi di cambiamento, la generazione di un’impatto generativo di tipo sociale, dipende spesso dalla capacità della comunità di sostenere finanziariamente tale cambiamento. È a questo punto che diventa cruciale fondere l’impegno della comunità e quello dei regimi di supporto con un’energia imprenditoriale (terza categoria) in grado sia di garantire la ricerca proattiva e l’implementazione di soluzioni economicamente efficienti e durevoli, che di rafforzare la legittimità e l’attrazione di risorse. Tale impegno può far leva sulle capacità e sulle intuizioni della comunità stessa e concretizzarsi nella creazione di diverse tipologie di imprese che siano in grado di generare risultati socialmente utili ma ottenuti attraverso il commercio basato sul mercato.
In definitiva, una società economicamente ricca, ma socialmente povera, non è necessariamente una società felice, così come non lo sono comunità coese ma poco imprenditoriali e finanziariamente autosufficienti. Il vero benessere si realizza solo quando queste tre logiche (comunità, imprenditorialità e regimi di supporto) si uniscono e danno vita ad opportunità generative di crescita condivisa, innescando un cambiamento duraturo che renda le comunità più solide, resilienti e creative.
Key References
Beckman, C. M., Rosen, J., Estrada-Miller, J., & Painter, G. (2023). The social innovation trap: Critical insights into an emerging field. Academy of Management Annals, 17(2), 684-709.
Giaccardi, C., & Magatti, M. (2017). Social generativity. Social Generativity: An Introduction.
Lumpkin, G. T., Bacq, S., & Pidduck, R. J. (2018). Where change happens: Focusing on community-level phenomena in social entrepreneurship research. Journal of Small Business Management, 56(1), 24–50.
Lumpkin, G. T., & Bacq, S. (2019). Civic wealth creation: A new view of stakeholder engagement and societal impact. Academy of Management Perspectives, 33(4), 383-404.
La creazione di ricchezza civica (in inglese Civic Wealth Creation, CWC) sta ad indicare la generazione di un insieme duraturo di risorse sociali, economiche e comunitarie a beneficio delle comunità locali. In questo senso, la “ricchezza” è un qualcosa che va oltre la dimensione meramente economica (che forse è ciò a cui il termine stesso immediatamente rimanda). Infatti, sebbene inizialmente la possibilità di contare su risorse finanziarie sia fondamentale per innescare un cambiamento sociale, la sua sopravvivenza richiede che quella scintilla iniziale si evolva. Ciò è possibile solo attraverso la generazione di una ricchezza ulteriore, insita negli aspetti più immateriali che la caratterizzano che, intenzionalmente combinati con quelli materiali, possono costituire una base adatta alla generazione di quella che è la vera ricchezza civica. In altri termini, una comunità, per stare bene, non ha bisogno solo di sistemi economici e commerciali che funzionino e che garantiscano un uso efficiente delle risorse e l’autosufficienza finanziaria, ma anche di membri coesi ed attivi, che condividano una cultura comune e si sentano parte di uno stesso gruppo (ricchezza sociale e ricchezza comunitaria) (Alvord et al., 2004; Haugh, 2005).
L’efficacia della generatività sociale e l’innovazione che è in grado di generare dipendono fortemente dalla componente relazionale (Beckman et al., 2023), ma anche dalla intenzionalità nel collaborare per creare o ripristinare la stabilità sociale, economica e comunitaria (Haugh, 2007). Solo così è davvero possible generare ricchezza sociale o civica (come la definiscono Tom Lumpkin e Sophie Bacq, docenti di imprenditorialità sociale) stimolando la trasformazione, l’innovazione e la vivacità di una comunità (Lumpkin e Bacq, 2019).
INTERNAZIONALE
GENERARE RICCHEZZA CIVICA ATTRAVERSO COMUNITÀ, IMPRENDITORIALITÀ E REGIMI DI SUPPORTO – Tom Lumpkin e Sophie Bacq
Per maggiori informazioni sul progetto - VAI AL SITO
Il progetto ALL IN è un esempio di collaborazione virtuosa tra più organizzazioni con l’obiettivo di creare valore per la comunità. A proposito di comunità, Gianni Di Falco Hr Director ITX Italia sostiene che “L’azienda è una comunità nella comunità, occuparsi di disabilità intellettiva significa contribuire al miglioramento della società”, un direttore visionario che parla di “vantaggi di sviluppo organizzativo” di una leadership diversa nella sua azienda “una leadership inclusiva basata su empatia, intelligenza emotiva, doti comunicative, condivisione, ascolto, attenzione alla gentilezza”, ritiene che questi elementi siano aspetti determinati per chi guida le persone. Confrontarsi con la fragilità per lui significa “affinare necessariamente questi tipi di dote”, avere uno spirito per cui “un’organizzazione si adatta alla fragilità” significa “avere un orientamento verso la persona per ridurre eventuali difficoltà e valorizzare tutto il talento e le caratteristiche positive”, se si ha questa “capacità di adattamento organizzativo” afferma Di Falco “si ottiene molto e porta ad un vantaggio che sviluppi un approccio più di orientamento verso la persona, definizione e realizzazione dell’organizzazione più efficiente”.
Mi piace citare un’affermazione della nostra talentuosa atleta Bebe Vio
C’è differenza fra dire "disabile" e "persona con disabilità"? Sì, c’è una grossa differenza, perché nel primo caso si identifica la persona con la sua disabilità, nel secondo si mette l’attenzione sulla persona a prescindere dalla sua disabilità.
Ecco mettere l’attenzione sulla persona, a prescindere dalla sua fragilità oggi è una grande rivoluzione.
di Linda Perlaska
Giurista di formazione, sviluppo di impresa sociale, formazione, sviluppo cultura aziendale inclusiva, DE&I.
Le aziende per attuare questo all’interno della propria organizzazione hanno bisogno di professionisti specializzati in tema di inclusione lavorativa, professionisti che sono in grado di offrire delle strategie concrete per superare i bias, creare un clima di lavoro accogliente e duraturo nel tempo.
Per inserire una persona fragile in un contesto aziendale è necessario conoscere bene le esigenze dell’azienda. Possiamo evidenziare 4 strategie di successo ai fini dell’inserimento lavorativo della persona con fragilità:
Analisi dell’azienda e delle mansioni attraverso il processo della mappatura
Individuazione del potenziale candidato e la corrispondenza della mansione individuata
L’accompagnamento dell’inserimento lavorativo in azienda della persona fragile
Assistenza e monitoraggio continuo verso la risorsa fragile e verso i suoi colleghi
Fin qui ho evidenziato i passi necessari per costruire un modello virtuoso nell’ accompagnare le aziende verso il processo di inserimento lavorativo. Modello che all’interno di VALEMOUR è parte della missione che i soci fondatori della Fondazione Più di un Sogno hanno affidato alla cooperativa sociale Vale un Sogno, che si occupa di attivare dal 2010 percorsi socio-educativi personalizzati, coordinati e continuativi, tutti rientranti in un Progetto di Vita concreto basato sulla singola persona e la sua famiglia. Infatti, la volontà dei fondatori fu quella di strutturare un’organizzazione che si ponga come interlocutore verso tutti i portatori di interesse: famiglie, ente pubblico, imprese e società civile. L’intervento di VALEMOUR si inserisce nel più ampio disegno globale di garantire i diritti umani delle persone con disabilità. In particolare, con il suo impegno contribuisce alla realizzazione dell’Obiettivo sostenibile numero 8 dell’Agenda 2030, ovvero incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un'occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti.
Investire sulla cultura aziendale inclusiva è un processo che richiede tempo e soprattutto alleanza costruttiva e vincente con i giusti partner. Occorre saper individuare con attenzione di quali competenze si ha bisogno nell’accompagnamento verso il processo di inclusione di persone fragili. Oggi siamo abituati a pensare che quando parliamo di persone fragili ci si riferisce solo ed esclusivamente ai loro limiti. Forse dobbiamo abituarci a cambiare prospettiva, a pensare che tutti noi siamo fragili, ma che abbiamo bisogno di avere degli accomodamenti ragionevoli, degli strumenti concreti che ci permettono di realizzare al meglio il nostro contributo all'interno di un'organizzazione. Viviamo in un'epoca storica dove il motto olimpico citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte) la fa da padrona, vorrei concentrarmi sulla contrapposizione di questo motto citando Alexander Langer lentius, profundius, suavius (più lento, più profondo, più dolce).
Nell’ accompagnare le aziende verso il processo di inclusione di persone fragili, è necessario avere un atteggiamento più lento, più profondo, più dolce. Questo non significa la stasi dei processi, bensì la consapevolezza che ci vorrà più tempo per far radicare la cultura aziendale inclusiva. È fondamentale iniziare dal promuovere e creare un ambiente di lavoro più equo e accogliente, questo si può fare grazie alla formazione del personale, la sensibilizzazione sui temi dell'inclusione e l'implementazione di politiche aziendali che favoriscano l'accesso e la partecipazione di tutti.
Nel percorso di accompagnamento è cruciale creare una vera partnership con le aziende, darsi degli obiettivi reciproci. In questo processo di inclusione insieme all’azienda possiamo individuare 4 macro-obiettivi:
Promuovere una cultura aziendale inclusiva che valorizzi la fragilità e la celebrazione delle differenze e il riconoscimento dei contributi unici di ogni individuo
Favorire attraverso la formazione l’adozione di un mindset inclusivo nei confronti della fragilità
Inserire all’interno dell’azienda persone con fragilità secondo una logica inclusiva, questo significa lavorare sul concetto di equità e quindi dare le stesse possibilità di lavoro alla persona fragile, supportarla nel trovare realizzazione in un lavoro, farla sentire utile e di tessere relazioni sociali
Creare all’interno dell’azienda una comunità accogliente e competente, ma soprattutto lavorare sul contesto per modificare ciò che è modificabile per fare in modo che diventi un inserimento di successo
Abbiamo tante esperienze positive da raccontare, tante buone relazioni costruite negli anni. Oggi vorrei raccontare come siamo diventati partner di una grande azienda che ci ha permesso in primis, di arricchirci come team multiprofessionale e soprattutto di trasferire il nostro know-how all’azienda stessa e anche a tantissime organizzazioni nazionali. Quindi, ci ha permesso di esprimere ancora più fortemente la nostra vera natura, ovvero quella di essere un generatore di impresa che nasce per favorire l'inserimento lavorativo di giovani con disabilità intellettiva e contribuire alla realizzazione di una economia sociale e partecipativa in grado di realizzare valore condiviso con il proprio territorio.
Uno degli esempi concreti di generatività è il progetto ALL IN, un lavoro di squadra per l’inclusione lavorativa di persone con disabilità intellettiva. Favorire l’inclusione sociale e lavorativa di persone con disabilità intellettiva e creare una comunità aziendale accogliente nei confronti delle fragilità è il grande obiettivo del progetto ALL IN, realizzato in partnership da Tack TMI, VALEMOUR, Fondazione Più di un Sogno e Inditex Italia (Zara, Pull&Bear, Massimo Dutti, Bershka, Stradivarius, Oysho e Zara Home). Avviatosi a fine 2021 con due progetti pilota a Verona e a Milano, oggi il progetto ALL IN è presente sul territorio nazionale e coinvolge numerose organizzazioni non profit locali che si impegnano nell’inserimento lavorativo di giovani con disabilità intellettiva. ALL IN intende creare un cambiamento nelle comunità aziendali, partendo dai negozi di Inditex Italia, attraverso una solida e continuativa collaborazione tra profit e non profit, la formazione dei dipendenti dell’azienda e degli educatori delle ONP, percorsi di coaching e di monitoraggio.
VIE
BUONE IDEE: COSA SIGNIFICA ACCOMPAGNARE LE AZIENDE VERSO IL PROCESSO DI INCLUSIONE DI PERSONE FRAGILI?
Vi segnalo un'intervista interessante di Gianni Di Falco Hr Director ITX , che racconta esperienze, sfide e successi nel percorso di implementazione di politiche inclusive all’interno della propria impresa.
L’essere insieme essendo collegati da un’interfaccia che permetta di tenere le differenze.
Questo elemento può essere sviluppato utilizzando parole/concetti quali “alleanza solidale”, “autonomia solidale”, “processo reciproco”; l’essere insieme in una prospettiva che investe sul futuro, sulla prospettiva progettuale.
Questi due elementi costituiscono il paradosso dell’accompagnare: essere insieme per separarsi.(Da una conversazione con A. Canevaro, 2012 – tratto dal libro di Fabio Comunello Un mondo possibile pag. 51).
I pionieri: responsabilità che diventa azione
GENERAZIONI
I dati socio-economici raccontano di un Sud bloccato, di giovani che partono senza tornare, di occasioni perse. Ma dietro quei numeri ci sono vite, comunità, relazioni che meritano di essere al centro di nuove traiettorie. La storia di Fondazione Marea è la storia di chi ha deciso di leggere quei numeri come una chiamata, non come una condanna.
Chiamata che non riguarda solo chi è nato qui, ma chiunque abbia a cuore la Sicilia: chi la vive ogni giorno, chi è partito ma non ha smesso di sentirla casa, chi la guarda con occhi curiosi e responsabili. Una nuova idea di sicilianità: non radicata solo nel sangue o nella geografia, ma nella volontà di sentirsi corresponsabili di un luogo e del suo riscatto.
E in questa visione, la diaspora da minaccia diventa opportunità: una rete viva e diffusa che trasforma l’assenza in partecipazione e offre risorse e competenze per la Sicilia.
FONDAZIONE MAREA:
prendersi cura della Sicilia per generare futuro
Una terra che interpella: i problemi e la chiamata
Il valore di Fondazione Marea non risiede solo in ciò che riesce a fare in Sicilia. Il modello che ha scelto – unire le forze dal basso, centralizzare risorse e competenze, promuovere responsabilità diffusa – può essere replicato ovunque ci sia un territorio che rischia di sentirsi ai margini, ma che non vuole smettere di lottare per il proprio futuro.
Non servono soluzioni preconfezionate, ma una comunità consapevole, che sappia leggere le proprie fragilità come possibilità di costruzione. Serve un patto di cura tra chi resta, chi torna, chi guarda con attenzione. E serve uno strumento stabile che possa rendere questa alleanza generativa e trasformativa.
di Giuseppe La Rocca
Direttore della Fondazione Comunitaria di Agrigento e Trapani, esperto di politiche di sviluppo locale e terzo settore, collabora conGenialis
Una fondazione nata da un atto di responsabilità
Dalla Sicilia ad altri territori: un modello che si moltiplica
Fondazione Marea ha affidato questo compito a una comunità di pionieri. Persone che non si limitano a osservare, ma decidono di investire tempo, risorse e competenze nella costruzione di qualcosa di concreto. Una fondazione partecipata, dove ognuno contribuisce, con risorse finanziarie e competenze, per generare sviluppo reale sul territorio.
La scommessa è trasformare il senso di responsabilità in azioni collettive. Convogliare energie che spesso restano disperse per far nascere e accompagnare nuove imprese sociali, capaci di creare posti di lavoro dignitosi, giusti e duraturi. Marea agisce come una piattaforma che rende possibile questo incontro tra bisogni e risorse, tra idee e strumenti, tra giovani che vogliono restare e comunità che vogliono rigenerarsi.
Fondazione Marea non nasce da grandi istituzioni ma dal basso, dal bisogno condiviso di non voltarsi dall’altra parte. Dalla volontà di un gruppo di persone, giovani e meno giovani, di prendersi cura della propria terra, la Sicilia. Da chi, di fronte alle difficoltà di quest’isola – la disoccupazione, la fuga dei talenti, la marginalità – ha scelto di non rassegnarsi. All’origine c’è una consapevolezza radicale: la Sicilia non è un luogo da lasciare indietro o una terra da abbandonare. Ha una sua dignità piena, la dignità di esistere e di costruirsi un futuro possibile, sostenibile e condiviso qui e ora, nel tempo che viviamo. Ma questo futuro non può essere affidato all’attesa. Va preso in mano da chi sente il dovere di farlo.
Matteo Fato, Gentile come un ritratto, 2020, Elica, Fabriano (AN)
Quali sono le principali attività della fondazione?
Perché l’arte contemporanea? Cosa c’entra con un’azienda?
Nella storia che si sta raccontando, un passaggio centrale è il suo incontro con Deborah Carè, oggi Chief Human Resources Officer in Elica.
Sissi, Aspiranti Aspiratori, 2021, Elica, Fabriano (AN)
Patrick Tuttofuoco, The Relay, 2019, Museo Premio Ermanno Casoli, 1998-2007, Serra San Quirico (AN)
Claire Fontaine, IL PERSONALE, 2023,Elica, Fabriano, (AN)
Abbiamo iniziato con un primo esperimento, guidati dalla convinzione che la sperimentazione fosse un valore essenziale tanto per l'arte quanto per l'azienda. In Elica, grazie alla visione del Presidente Francesco Casoli, c’era la libertà di esplorare idee nuove e non convenzionali, riconoscendo nell’innovazione e nel valore delle persone i pilastri fondamentali della cultura aziendale. Per molti anni Elica ha vinto il premio Best Place to Work e sono convinto che l’arte abbia contribuito a questo risultato. Con la FEC siamo entrati nel tessuto quotidiano dell’azienda, facendo dell’arte contemporanea un’esperienza collettiva e inclusiva, capace di generare valore per tutti. Il mio primo progetto per Elica, “Dal progetto all’oggetto”, nasceva con l’obiettivo di far comprendere ai partecipanti – arrivati tramite un’open call interna – che ogni oggetto, sia esso artistico, di design o industriale, prende vita da un disegno, da un processo creativo e progettuale che segue lo stesso iter.
In questa occasione abbiamo sperimentato per la prima volta l’integrazione tra artisti e gruppi di dipendenti, invitandoli a realizzare insieme un’opera d’arte che fosse tale, non un’esercitazione, non solo l’output di un workshop, ma un’opera che gli artisti stessi avrebbero riconosciuto come propria, solo realizzata a più mani. Queste opere d’arte sarebbero rimaste in azienda, abitando gli spazi di lavoro e diventando parte del quotidiano di chi vive quei luoghi. L’idea era che, ogni mattina entrando in fabbrica o in ufficio, i dipendenti potessero rivedere quell’opera e ricordare di aver contribuito a crearla, arrivando alla consapevolezza che il loro lavoro, spesso alienante e ripetitivo, non era molto distante da quello di un artista che quotidianamente lavora nel suo atelier per ore, arrovellandosi su un progetto.
Ci affascinava anche il pensiero che gli stessi dipendenti, visitando mostre di artisti con cui avevano collaborato, potessero provare un moto di orgoglio nel realizzare che quegli autori – presenti in musei e fondazioni prestigiose – avevano lavorato con loro, co-firmando un’opera e che, in un certo senso, erano anche loro “artisti” avendo partecipato attivamente al processo creativo della nascita di un’opera d’arte.
L’importanza di questo metodo è stata riconosciuta anche a livello istituzionale: Confindustria Ancona ha inserito le attività artistiche tra i benefit aziendali, al pari dell’asilo nido o dell’assistenza sanitaria. Questo riconoscimento è stato per noi motivo di grande orgoglio, la prova concreta che l’arte è un elemento di benessere e crescita per le persone e le imprese. Così è nato il metodo FEC: un modello in cui arte e impresa si incontrano per generare riflessioni, innovazione, coinvolgimento e benessere, dimostrando che un’attività creativa costante può diventare un motore di crescita per il mondo del lavoro.
Quali ricadute ha avuto questa esperienza sull’azienda?
Andrea Mastovito, VITRIOL, 2016, Angelini, Acraf spa, Ancona (AN)
Eugenio Tibaldi, Marshy, 2022, EMC FIME, Castelfidardo (AN)
Le testimonianze raccolte dopo ogni progetto ne confermano impatto profondo. Molti lavoratori hanno raccontato di essersi sentiti parte di qualcosa di più grande, riscoprendo il valore del proprio operato: non semplici gesti ripetitivi, ma un contributo concreto a prodotti che entreranno nelle case di persone in tutto il mondo.
Nel 2025, il Premio Ermanno Casoli approderà nello stabilimento Elica in Polonia, dopo essere stato anche in quello del Messico e della Cina, ampliando la portata globale delle attività della Fondazione e confermando il valore dell’arte come strumento di connessione culturale e crescita condivisa.
Anna Galtarossa, The Smell Factory, 2024, Elica, Fabriano (AN)
Su questa processualità, che dopo anni di affinamento si configura come un vero e proprio metodo, si sviluppa ed evolve il Premio Ermanno Casoli, una art commission affidata dalla FEC, di edizione in edizione, ad artisti che considerano un valore aprire e condividere il processo creativo e dotati di una particolare sensibilità nell’interpretare i contesti in cui operano, mostrando uno spiccato interesse per i temi sociali e politici. (2)
Nella convinzione che l’arte contemporanea possa svolgere un ruolo importante anche nella formazione delle nuove generazioni, la FEC ha ideato E-Straordinario for kids, iniziativa dedicata ai figli dei dipendenti di Elica per permettere anche ai più giovani di entrare in contatto con gli artisti e partecipare attivamente alla produzione di un’opera. (3)
Significative anche le collaborazioni con artisti e designer realizzate da Elica e FEC per il Fuorisalone in occasione del Salone Internazionale del Mobile di Milano, tra cui ricordiamo i progetti di: Gaetano Pesce (2009), Fabio Barile e Francesco Neri (2014), Michelangelo Pistoletto (2015), Labics (2018), we+ (2024).
(2) Seguendo queste precise direttive, negli anni sono stati premiati: Cezary Poniatowski (2025), Agostino Iacurci (2024), Claire Fontaine (2023), Eugenio Tibaldi (2022), Jorge Satorre (2021), Matteo Fato (2020), Patrick Tuttofuoco (2019), Elena Mazzi, (2018), Andrea Mastrovito (2016), Yang Zhenzhong (2015), Danilo Correale (2013-2014), Anna Franceschini (2012), Francesco Barocco (2011), Francesco Arena (2009).
(3) Le varie edizioni di questo progetto hanno visto la partecipazione di: Anna Galtarossa (2024), Claire Fontaine (2023), Marta Roberti (2022), Bianco-Valente (2019), Patrick Tuttofuoco (2018), Perino & Vele (2017), Vedovamazzei (2016), Chiara Camoni (2016), Elisabetta Benassi (2015), Marcello Maloberti (2014), Mario Airò (2013).
La sede principale della Fondazione si trova a Fabriano, nota per essere uno dei principali distretti europei del “bianco”, legato alla produzione di elettrodomestici, ma anche città della carta: un’arte e un sapere tramandati fin dal Medioevo, che hanno reso Fabriano celebre nel mondo per l’invenzione della filigrana.
Fabriano è una città dalla doppia anima, artigianale e industriale, un luogo in cui tradizione e innovazione si intrecciano da secoli. Parliamo di una grande storia imprenditoriale, fatta di luci ed ombre legate ai cicli produttivi ed economici. Forse per questa complessità, l’arte contemporanea può essere uno strumento utile per affrontare la realtà, in quanto gli artisti hanno uno sguardo diverso e trasversale sul mondo che ci circonda, un punto di vista originale e alternativo con cui analizzare i contesti sociali, restituendone sempre un’interpretazione originale. È in questa visione che si inserisce il lavoro della Fondazione Ermanno Casoli: portare l’arte negli spazi dell’impresa, creando occasioni di incontro tra creatività e produzione, tra ricerca estetica e innovazione, tra cultura e impresa.
All’epoca del mio arrivo in Fondazione, il Premio Ermanno Casoli esisteva già: ogni anno dieci artisti venivano invitati a realizzare una mostra dalla quale venivano poi acquistate le tre opere risultate migliori a giudizio della giuria, destinate a Serra San Quirico, uno splendido borgo non lontano da Fabriano, sede di uno dei primi stabilimenti di Elica, dove nel 2019 è stato aperto un museo per colmare la completa assenza di istituzioni dedicate all’arte contemporanea nel territorio. Mi venne chiesto di ideare un’attività con l’arte contemporanea e fui subito affascinato dall'idea di far interagire gli artisti con il contesto aziendale. Un incontro decisivo in questo processo fu quello con Deborah Caré, all’epoca una delle rare donne manager in azienda, oggi direttore del personale. Pur venendo da una formazione scientifica, in lei trovai una persona straordinariamente sensibile al linguaggio dell’arte contemporanea. Insieme, abbiamo iniziato a immaginare un nuovo modello di interazione tra arte e impresa: gruppi di dipendenti avrebbero avuto l'opportunità di interagire direttamente con gli artisti, sperimentando la produzione artistica nel contesto aziendale, con una modalità innovativa e coinvolgente.
Avete utilizzato l’arte per ripensare la formazione aziendale, da cosa è nata questa intuizione?
Avete ideato il “Metodo FEC”. Di cosa si tratta?
Le attività della Fondazione hanno contribuito a trasformare la visione aziendale, portando a risultati concreti. Elica ha ottenuto importanti riconoscimenti: due volte il Compasso d’Oro (l’Oscar del design), numerosi Best Place to Work, una miriade di riconoscimenti per le attività HR, per il prodotto, per il design, per la sicurezza, ecc. Da sempre l’azienda si distingue per la qualità del suo ambiente di lavoro e per l’eccellenza della sua produzione. Nel tempo, il valore di questa visione si è reso evidente anche nei cambiamenti all’interno dell’azienda. La qualità dei candidati che scelgono di lavorare in Elica è aumentata proporzionalmente alla sua fama, come confermano i responsabili delle risorse umane. L’azienda è percepita come un luogo stimolante e attrattivo, anche in un contesto come Fabriano, dove mancano i servizi che caratterizzano le grandi capitali, come una scuola internazionale per i figli dei manager. L'arte e la cultura, integrate nella vita aziendale, non solo arricchiscono l’esperienza dei dipendenti, ma contribuiscono a rendere l’impresa più competitiva, innovativa e capace di attrarre talenti di alto profilo. Un risultato che conferma la validità della nostra intuizione, oggi più attuale che mai.
Grazie a questa incredibile relazione con la ricerca artistica, come è cambiata l’esperienza lavorativa nelle aziende coinvolte?
Cesare Pietroiusti, L’intelligenza del caso, 2009, Elica, Fabriano (AN)
La vocazione alla sperimentazione, la continua evoluzione dello stile, l’orientamento al design, sono tratti distintivi della visione di Elica dalle sue origini e derivano sicuramente dallo spirito pionieristico ed eclettico del suo fondatore Ermanno Casoli, imprenditore visionario, amante dell’arte e pittore egli stesso, a cui è dedicata l'omonima fondazione.
Nata con l'obiettivo di favorire la relazione tra arte e impresa, la Fondazione Ermanno Casoli (FEC), di cui sono direttore artistico dalla sua istituzione nel 2007, promuove l’ingresso degli artisti nelle aziende con attività in cui l’arte contemporanea diventa strumento di formazione, innescando processi innovativi che stimolano la creatività e migliorano gli ambienti di lavoro.
Come viene valorizzata questa produzione artistica?
Cos’è e cosa fa la Fondazione Ermanno Casoli?
Arrivato in azienda, data la mia formazione da storico dell'arte, non potevo non riflettere sul concetto di "accademia", il tradizionale modello di formazione degli artisti, in cui ogni maestro trasmette il suo sapere all’allievo, dove l’arte forma l’arte da secoli. In quegli anni, la formazione aziendale era molto in voga. Accanto a quella più tecnica e specialistica, si diffondevano sempre di più approcci di tipo “esperienziale”: si organizzavano attività di team building in barca a vela, trekking, sessioni di mindfulness e yoga. Se queste attività erano considerate strumenti validi per il benessere e la crescita dei dipendenti, mi sono chiesto perché non poteva esserlo l’arte. Perché non realizzare un'opera d’arte invitando gli artisti in azienda? Perché non utilizzare l'arte contemporanea come strumento di formazione aziendale?
Nel corso della mia esperienza mi sono reso conto di un aspetto fondamentale: quando si lavora con l’arte contemporanea, quasi nessuno ha conoscenze pregresse in materia, tutti partono dallo stesso punto. Ogni partecipante è una tabula rasa, una “classe inconsapevole”, più disponibile ad affrontare le sfide, forse proprio per questa inconsapevolezza e mancanza di preconcetti. Questo permette di accedere a esperienze molto più autentiche, profonde e stimolanti. In questo modo l’arte diventa non solo una forma di espressione, ma anche un potente strumento per aprire la mente e trasformare il modo in cui viviamo il lavoro e le relazioni con i colleghi.
Dalla nostra visione è nato un modello innovativo: opere d’arte realizzate in azienda con un artista che accettava di condividere il processo creativo con i dipendenti, trasformando il lavoro in un’esperienza collettiva. Dopo i primi esperimenti, il nostro approccio ha iniziato a suscitare interesse anche al di fuori di Elica. Siamo stati chiamati a sviluppare progetti per altre aziende, collaborando con società di formazione che proponevano le nostre attività come percorsi innovativi di team building, uso e sviluppo degli strumenti di comunicazione, eccellenze operative, ecc.
Abbiamo quindi strutturato un metodo di lavoro ben definito, basato su un team composto da un curatore, un artista e un formatore aziendale. Il formatore identificava i bisogni formativi dell’azienda, mentre l’artista e il curatore progettavano un intervento artistico in grado di rispondere a queste esigenze. Con questo approccio teorico, indirizzato dalle pratiche dell’arte partecipata e relazionale, l’opera d’arte realizzata diventa l’esito del dialogo con il gruppo di dipendenti coinvolti direttamente nel processo creativo. Il nostro programma formativo E-STRAORDINARIO porta già nel nome il suo significato più profondo: un’esperienza che va oltre l’ordinario, senza però sottrarsi alla quotidianità aziendale. Le attività si svolgono durante l’orario di lavoro, con i dipendenti regolarmente retribuiti, riconoscendo che il tempo dedicato all’arte non è una pausa dalla produttività, ma un vero e proprio investimento sul capitale umano, sulla creatività e sullo sviluppo personale.
Questa evoluzione ci ha portato a trasformare il Premio Ermanno Casoli da semplice premio-acquisto in un art commission. Ogni anno, un artista viene selezionato per lavorare con i dipendenti su un progetto che si sviluppa nel tempo, integrandosi con la vita aziendale. Il tempo è una componente essenziale del nostro metodo, serve a non dare alle attività con l’arte la connotazione di qualcosa di passeggero, ma profondamente radicato nella vita dell’azienda. L’arte non serve a decorare gli spazi, ma è un modello etico, un’esperienza immersiva e partecipativa, capace di generare valore e innovazione.
Attraverso il lavoro di FEC proponete un connubio inedito tra produzione e cultura…
SEGNALI di BELLEZZA
Agostino Iacurci, Fiori diversi al naturale, 2024, Airforce, Cerreto D'Esi (AN)
Ogni stabilimento coinvolto nelle attività della Fondazione Ermanno Casoli non è più solo un luogo di produzione, ma diventa uno spazio di condivisione, dove l’arte si fa simbolo di identità e appartenenza.
“Fiori diversi al naturale”, progetto realizzato nel 2024 da Agostino Iacurci - artista vincitore della XXII edizione del Premio Ermanno Casoli - ne è una testimonianza concreta. Presso lo stabilimento Airforce, azienda del gruppo Elica con sede a Cerreto d'Esi (AN), l’arte si è rivelata un potente strumento per migliorare la qualità della vita lavorativa e rafforzare il senso di comunità. Il progetto ha coinvolto tutta la popolazione aziendale - circa 100 dipendenti con ruoli e competenze diverse - trasformando un’area di passaggio in uno spazio di incontro e condivisione. L’opera ha preso forma attraverso un processo partecipativo: ogni lavoratore ha disegnato un fiore, contribuendo alla creazione di un grande erbario collettivo, concepito dall’artista come un ritratto della comunità aziendale. Questo fregio continuo si sviluppa lungo le pareti e si integra con una grande pittura murale, realizzata dagli stessi dipendenti, che hanno dipinto i fiori di questo giardino. A completare l’installazione, elementi scultorei come fioriere e sedute, che rendono l’ambiente accogliente e vivibile.Il giardino diventa così una potente metafora: così come una comunità si prende cura del proprio spazio, anche il luogo di lavoro può essere vissuto non solo come un ambiente produttivo, ma come un luogo da valorizzare. Ogni mattina, i dipendenti entrano in fabbrica trovando un giardino che rappresenta il loro impegno e la loro partecipazione attiva alla crescita dell’azienda.
Come si sviluppa questa relazione?
di Riccardo Della Valle
Collaboro alle attività di ricerca e studio promosse da Genialis sulle organizzazioni generative.
Sono stato dirigente d'azienda
Francesco Arena, Ricordare è conoscere, 2009, Elica, Fabriano (AN)
Tutte le opere realizzate nel corso delle attività promosse negli anni dalla FEC costituiscono una particolare quanto specifica collezione diffusa, visitabile negli spazi di Elica e nelle aziende del gruppo, inserita nel volume "Global Corporate Collection" (2015) dedicato alle 100 più belle collezioni d’arte aziendale nel mondo e nella mappatura delle collezioni di opere d’arte moderna e contemporanea delle aziende italiane promossa da Confindustria, confluita nel volume “Il segno dell’arte nelle imprese - Le collezioni corporate italiane per l’arte moderna e contemporanea” (2024), edito da Marsilio Arte e curato da Ilaria Bonacossa.
Le attività della FEC sono state oggetto di studi, articoli scientifici e tesi di laurea, nonché indagate in una pubblicazione dal titolo “Innovare l’impresa con l’arte. Il metodo della Fondazione Ermanno Casoli” che ho scritto insieme con Deborah Carè e Chiara Paolino , edita da Egea nel 2018 e in una versione ampliata e rivista pubblicata in lingua inglese nel 2021, sempre da Egea.
INNOVARE L’IMPRESA CON L’ARTE Intervista al dott. Marcello Smarrelli, Direttore Artistico Fondazione Ermanno Casoli
È un metodo esportabile?
Ripensare la fabbrica come un presidio culturale è un’idea rivoluzionaria, già sostenuta da Adriano Olivetti, il cui pensiero continua a ispirare molte iniziative in questo ambito. Le persone che lavorano in fabbrica trascorrono gran parte della loro vita in un contesto che, in molte aree, rappresenta l’unico luogo di aggregazione e di incontro. I lavoratori spesso si muovono tra lo stabilimento e una zona urbana dormitorio, priva di qualsiasi stimolo culturale, in territori progressivamente svuotati di opportunità di crescita intellettuale. In questi scenari, la fabbrica può diventare il principale – se non l’unico – luogo in cui fare esperienza collettiva e personale di un’attività culturale. Noi crediamo nel valore trasformativo della cultura, per questo è essenziale offrirla anche a chi vive nelle aziende. Questa convinzione è alla base del nostro impegno e trova un grande alleato in Francesco Casoli, che finanzia e promuove queste attività da oltre trent’anni.
Cosa è successo?
Un’ultima domanda. Cosa dicono i lavoratori di Elica?
Il lavoro con l’arte che la FEC incoraggia in azienda è un processo articolato che sottintende un dialogo tra l’impresa e l’artista, capace di portare in azienda un modo di vedere, sentire e operare diverso, forse destabilizzante, ma di cui tutti i dipendenti riescono a ricostruire il senso. Il concetto di sperimentazione di questi interventi si accompagna a quello di replicabilità che indica il desiderio della FEC di collaborare continuativamente con artisti e imprese per capire quello che accade dal loro incontro, creando un “prototipo” che, con tutti gli aggiustamenti necessari al variare dei contesti, diventi replicabile in altre realtà aziendali.
La sperimentazione è un valore che la FEC condivide con Elica e si riflette nella volontà di cercare sempre lo straordinario nell’ordinario. Da qui nasce E-STRAORDINARIO (1), il progetto iconico e pluripremiato della FEC che porta l’arte contemporanea nel mondo dell'impresa, mettendo l’artista al centro del processo formativo. Attraverso un ciclo di workshop - nati inizialmente per i dipendenti di Elica e successivamente esportati in altri contesti aziendali, artisti di fama internazionale realizzano un’opera d’arte site-specific per gli spazi dell’azienda, con la partecipazione attiva delle persone che vi lavorano.
(1) Con il progetto E-STRAORDINARIO la FEC ha vinto il premio CULTURA + IMPRESA 2014, promosso da Federculture e The Round Table in collaborazione con Fondazione Italiana Accenture e Ales / Ministero della Cultura.-
ECOSISTEMA
di Antonio Finazzi
Introduzione: il principio generativo
La bellezza è da sempre celebrata da poeti, scrittori e artisti come una forza che va ben oltre l’aspetto estetico. È una parte integrante della nostra identità culturale e sociale, in grado di influire positivamente sulla vita delle persone e delle comunità. In Italia, dove il patrimonio storico, artistico e paesaggistico è un elemento fondamentale della nostra cultura, la bellezza rappresenta non solo una risorsa visiva, ma anche una fonte di sviluppo economico. In Italia, il legame tra bellezza e cultura è particolarmente forte, dato che la bellezza è la pietra angolare del nostro patrimonio storico, artistico e paesaggistico. Tuttavia, nonostante i numeri indichino una crescita dell'occupazione e un valore significativo per l'economia culturale (104,3 miliardi di euro di valore aggiunto, secondo il rapporto "Io sono Cultura 2024"), il PIL resta stagnante, alimentato da una cultura predatoria che ostacola un progresso sociale e culturale davvero sostenibile.
In questo contesto, l'economia non può ignorare il fatto che esiste una comunità che condivide valori fondamentali, inclusa la dimensione relazionale che definisce ogni parte del nostro vivere sociale.
L'economia non può prescindere da una riflessione sull'oikos, la nostra comune casa, che unisce economia ed ecologia. La simbiosi tra questi due ambiti è cruciale per comprendere come l'ambiente e le risorse siano essenziali per il benessere umano e per lo sviluppo di una società prospera.
Ma come garantire che l'economia non solo rispetti l'ambiente, ma promuova anche la bellezza come motore di educazione e crescita delle generazioni?
In Italia, l’economia della bellezza è diventata un settore cruciale che collega la valorizzazione del patrimonio, la cultura, l'arte, il paesaggio e l'artigianato con opportunità economiche. Le imprese che abbracciano questi principi non solo contribuiscono al bene comune, ma ottengono anche un vantaggio competitivo. L'aspetto cruciale, però, riguarda la scarsa innovazione nelle politiche educative. Se è vero che il futuro della nostra economia e della nostra società dipende dall'educazione, è altrettanto vero che l'attuale sistema scolastico non soddisfa pienamente queste esigenze. Il modello educativo, spesso troppo trasmissivo e scollegato dalla realtà, ha bisogno di un cambiamento radicale.
Il progetto Di Bellezza Si Vive nasce proprio in risposta a questa necessità, proponendo un metodo educativo originale e scientificamente validato per dimostrare come la bellezza, in tutte le sue forme – dall'arte visiva alla musica, dal teatro alla danza, dal paesaggio alla cura dei luoghi – possa essere un'esperienza che amplia il potenziale degli individui, sia dal punto di vista emozionale che cognitivo. Questo approccio si è rivelato efficace nel contrastare la povertà educativa, migliorando le condizioni di vita dei giovani e riducendo i costi sociali legati all’abbandono scolastico precoce e all’impoverimento delle capacità relazionali e cognitive.
Il progetto Di Bellezza si Vive invita a riflettere sul potere trasformativo dell’esperienza estetica, che può arricchire la nostra vita e modificare il nostro modo di interagire con il mondo. La bellezza non è un concetto superficiale, legato a canoni estetici, ma è una forza che emerge dall’interno dell’essere umano, con radici profonde nella nostra biologia e nella nostra evoluzione. Se fino a 200.000 anni fa l’essere umano non riusciva a distinguere la realtà dalla sua rappresentazione, oggi l’esperienza estetica rappresenta una delle principali modalità con cui interagiamo con il mondo, sviluppando una comprensione simbolica di ciò che ci circonda. La bellezza, dunque, nasce da una creazione "inutile", che non ha uno scopo pratico ma che ci permette di esprimere noi stessi e di esplorare il mondo in modo nuovo.
Ma cosa significa veramente "bellezza" per il nostro cervello? La percezione estetica non è mai un processo isolato o individuale, ma avviene sempre in un contesto relazionale. Ogni esperienza estetica dipende dal creatore (ad esempio l’artista), dall’oggetto estetico (l’opera d'arte o la musica), dall'osservatore (ciascuno di noi) e dalla narrazione che accompagna questa esperienza. Se ascoltiamo una melodia, non viviamo solo la musica in sé, ma anche l’emozione che essa ci suscita, il racconto che facciamo di quella sensazione a noi stessi e agli altri. Senza uno di questi fattori, l’esperienza estetica non sarebbe possibile. La bellezza, quindi, è una forza che non riguarda solo l’individuo, ma è frutto di una dinamica sociale, che si nutre delle interazioni tra diversi soggetti e contesti.
Questa connessione tra bellezza e relazioni si estende anche al concetto di conoscenza e quindi di educazione. L’esperienza estetica non si limita al campo dell’arte, ma si può ritrovare in ambiti molto diversi, come la scienza, la spiritualità, la politica e l’amore. Ogni nuova scoperta scientifica, per esempio, può suscitare un’esperienza estetica profonda, capace di estendere la nostra comprensione del mondo e di noi stessi.
Isaac Newton, ad esempio ha vissuto la sua ricerca come un’esperienza estetica, percependo l’universo come un’armonia governata da leggi matematiche che riflettono un ordine sublime. La sua scoperta della gravità non fu solo un risultato scientifico, ma anche una visione poetica della natura, una "musica celeste". Analogamente, Maria Sklodowska Curie, attraverso il suo incessante "non so", ha esplorato l'ignoto e ha scoperto la bellezza nascosta nei misteri della radiazione. Entrambi, con la loro curiosità e determinazione, hanno reso la scienza una via per esplorare e apprezzare una bellezza profonda e universale, dove ogni scoperta rivela un mondo nuovo, sia fisico che estetico. La ricerca scientifica di entrambi è, quindi, un viaggio verso una visione del mondo che non è solo razionale, ma anche profondamente estetica.
La bellezza, quindi, è un motore di crescita in grado di ampliare il nostro orizzonte mentale ed emotivo, dando forma a nuove esperienze e visione del mondo.
La bellezza è anche il centro di un dibattito molto ampio: esiste una bellezza oggettiva? Se per oggettivo intendiamo un valore assoluto e immutabile, come il calcolo di Pi greco, allora la bellezza non è oggettiva. Tuttavia, ciò che è oggettivo in un certo senso è ciò che si sviluppa attraverso la condivisione e l’evoluzione collettiva di un concetto estetico. La bellezza si adatta e cambia con il tempo, a seconda delle dinamiche culturali e sociali, ma è sempre legata a una relazione fenomenologica tra chi crea e chi fruisce dell’arte, della scienza, della politica o di ogni altra forma di espressione umana.
La bellezza, come suggeriva Dostoevskij, può anche essere una forza redentrice, capace di spingerci verso un mondo migliore, più tollerante e consapevole. Ma accedere alla bellezza non è facile. Viviamo in un’epoca che ci spinge verso l’omologazione, verso l’immediato e il consumabile, e la bellezza richiede un impegno che non sempre siamo disposti a fare. La bellezza non è qualcosa che possiamo fruire senza sforzo; essa richiede un certo tipo di educazione, una capacità di andare oltre la superficie e riconoscere l’emozione profonda che essa può suscitare. Quando non siamo educati alla bellezza, non possiamo percepirne la differenza tra una semplice esperienza superficiale e quella che ci cambia, che arricchisce la nostra visione del mondo.
Il progetto Di Bellezza si Vive non è solo un concetto astratto, ma un invito pratico. Se sapremo coltivare la bellezza, se riusciremo ad accedere a quella parte di noi che sa riconoscere e apprezzare il valore estetico, allora potremo trasformare il nostro modo di vivere e di stare al mondo. La bellezza non è un lusso, ma un bisogno profondo che ci permette di evolverci come individui e come società. È attraverso la bellezza che possiamo estendere il nostro concetto di sé e, di conseguenza, contribuire a creare un mondo migliore, più consapevole, più empatico. La bellezza è il motore che ci spinge a essere di più, a essere migliori.
Il progetto ha coinvolto più di 5000 minori e oltre 150 insegnanti ed educatori in nove territori italiani, tra cui Milano, Como, Messina, Catania, Torino e Roma. Le attività si sono concentrate sull’utilizzo delle esperienze estetiche come strumenti di apprendimento, promuovendo l’accesso alla cultura, migliorando la qualità della vita e facilitando la partecipazione sociale. L’obiettivo è stato quello di creare una comunità educante estesa e interdisciplinare, che coinvolgesse famiglie, scuole, artisti, scienziati e attori locali e nazionali, con l’intento di generare nuovi modelli di welfare innovativi.
Il progetto ha dimostrato come la bellezza possa diventare un indicatore di crescita, contribuendo alla formazione di competenze cognitive e non. La bellezza stimola emozioni, pensieri e intenzioni, influendo profondamente sulle relazioni affettive, che sono alla base di ogni apprendimento. L’approccio educativo proposto ha portato a un significativo miglioramento della qualità della relazione tra educatori e minori, attraverso un ascolto attivo e una consapevolezza condivisa dell’importanza di un’educazione che vada oltre la mera trasmissione di contenuti.
Il progetto ha anche sottolineato il ruolo centrale della famiglia e della scuola nella costruzione di una relazione affettiva sana, specialmente nei primi anni di vita, quando il cervello è più plasticamente incline a ricevere e integrare stimoli. L’intervento attraverso la bellezza si è rivelato fondamentale per favorire una relazione genitoriale equilibrata e stimolante. Inoltre, la rigenerazione degli spazi urbani e culturali ha permesso ai giovani di riappropriarsi dei luoghi che frequentano, migliorando la qualità della loro vita e contribuendo alla loro crescita personale e collettiva.
Il rafforzamento delle competenze, il miglioramento delle opportunità occupazionali e il coinvolgimento attivo dei ragazzi nelle scelte educative e professionali sono stati obiettivi principali del progetto. Le esperienze pratiche, come il restauro del palco reale di Como, hanno permesso ai giovani di applicare concretamente le conoscenze scientifico-matematiche, linguistiche ed espressive acquisite a scuola, dimostrando l’importanza di un’educazione che non sia solo teorica, ma anche pratica.
Il progetto Di Bellezza Si Vive ha dato vita a una riflessione profonda su come l'educazione, spesso percepita come rigidamente strutturata e lontana dall’esperienza quotidiana, possa essere trasformata in un laboratorio di bellezza, di partecipazione e di innovazione sociale, capace di generare una società più inclusiva e consapevole.
Questa connessione tra bellezza e relazioni si estende anche al concetto di conoscenza. L’esperienza estetica non si limita al campo dell’arte, ma si può ritrovare in ambiti molto diversi, come la scienza, la spiritualità, la politica e l’amore. Ogni nuova scoperta scientifica, per esempio, può suscitare un’esperienza estetica profonda, capace di estendere la nostra comprensione del mondo e di noi stessi. Pensiamo ad Einstein, che attraverso la sua teoria della relatività ha trasformato non solo la fisica, ma anche la nostra visione dell’universo. La bellezza, quindi, è un motore di crescita, in grado di ampliare il nostro orizzonte mentale ed emotivo, dando forma a nuove esperienze e visioni del mondo.
Ma c’è anche una domanda che molti si pongono: esiste una bellezza oggettiva? La bellezza è qualcosa di universale, oppure è soggettiva, legata alle esperienze e alla cultura di ciascun individuo? La risposta è complessa. Se per oggettivo intendiamo un valore assoluto e immutabile, come il calcolo di Pi greco, allora la bellezza non è oggettiva. Tuttavia, ciò che è oggettivo in un certo senso è ciò che si sviluppa attraverso la condivisione e l’evoluzione collettiva di un concetto estetico. La bellezza si adatta e cambia con il tempo, a seconda delle dinamiche culturali e sociali, ma è sempre legata a una relazione fenomenologica tra chi crea e chi fruisce dell’arte, della scienza, della politica o di ogni altra forma di espressione umana.
La bellezza, infatti, ha il potere di salvare. Come Dostoevskij suggeriva, la bellezza può essere una forza redentrice, capace di spingerci a un mondo migliore, più tollerante e consapevole. Tuttavia, accedere alla bellezza non è facile. Viviamo in un’epoca che ci tende spesso verso l’omologazione, verso l’immediato e il consumabile, e la bellezza richiede un investimento, un’impegno che non sempre siamo disposti a fare. La bellezza, infatti, non è qualcosa di accessibile a tutti senza sforzo; essa richiede una certa educazione, una capacità di andare oltre la superficie e riconoscere l’emozione profonda che essa può suscitare. Quando non siamo educati alla bellezza, non siamo in grado di percepirne la differenza tra una semplice esperienza superficiale e quella profonda che cambia la nostra visione del mondo.
"Di Bellezza si Vive" non è solo un concetto astratto, ma un invito pratico. Se sapremo coltivare la bellezza, se sapremo accedere a quella parte di noi che sa riconoscere e apprezzare il valore estetico, allora potremo trasformare il nostro modo di vivere e di stare al mondo. L’esperienza estetica non è un lusso, ma un bisogno profondo, che ci consente di evolverci come individui e come società. È attraverso la bellezza che possiamo estendere il nostro concetto di sé e, di conseguenza, contribuire a creare un mondo migliore, più consapevole, più empatico. La bellezza è il motore che ci spinge a essere di più, a essere migliori.
Il progetto ha coinvolto più di 5000 minori e oltre 150 insegnanti ed educatori in 9 territori italiani, tra cui Milano, Como, Messina, Catania, Torino e Roma. Le attività si sono concentrate sull’utilizzo delle esperienze estetiche come strumenti di apprendimento, promuovendo l’accesso alla cultura, migliorando la qualità della vita e facilitando la partecipazione sociale. L’obiettivo è stato quello di creare una comunità educante estesa e interdisciplinare, che coinvolgesse famiglie, scuole, artisti, scienziati, e attori locali e nazionali, con l’intento di generare nuovi modelli di welfare innovativi.
Il progetto ha mostrato come la bellezza possa diventare un indicatore di crescita, un fattore che non solo arricchisce la vita individuale, ma che contribuisce anche alla formazione di competenze cognitive e non. La bellezza, infatti, stimola le emozioni, i pensieri e le intenzioni, e influisce profondamente sulle relazioni affettive, che sono alla base di ogni apprendimento. L’approccio educativo proposto ha portato a un significativo miglioramento della qualità della relazione tra educatori e minori, attraverso un ascolto attivo e una consapevolezza condivisa dell’importanza di un’educazione che vada oltre la mera trasmissione di contenuti.
Il progetto ha anche evidenziato il ruolo centrale della famiglia e della scuola nella costruzione di una relazione affettiva sana, specialmente nei primi anni di vita, quando il cervello è più plasticamente incline a ricevere e integrare stimoli. L’intervento attraverso la bellezza, dunque, si è rivelato fondamentale per favorire una relazione genitoriale equilibrata e stimolante. Inoltre, la rigenerazione degli spazi urbani e culturali, attraverso attività creative e culturali, ha permesso ai giovani di riappropriarsi dei luoghi che frequentano, migliorando la qualità della loro vita e contribuendo alla loro crescita personale e collettiva.
Il rafforzamento delle competenze, il miglioramento delle opportunità occupazionali e il coinvolgimento attivo dei ragazzi nelle scelte educative e professionali sono stati obiettivi principali del progetto. Le esperienze pratiche, come il restauro del palco reale di Como, hanno permesso ai giovani di applicare concretamente le conoscenze scientifico-matematiche, linguistiche ed espressive acquisite a scuola, mettendo in luce l’importanza di un’educazione che non sia solo teorica, ma anche pratico-applicativa
DI BELLEZZA SI VIVE ha dato vita a una riflessione profonda su come l'educazione, spesso percepita come un sistema rigidamente strutturato e lontano dall’esperienza quotidiana, possa essere trasformata in un laboratorio di bellezza, di partecipazione e di apprendimento integrato. La sfida che ci siamo posti è stata ambiziosa: non solo favorire l'innovazione educativa, ma promuovere una visione complessa dell'educare, dove bellezza e apprendimento diventano alleati imprescindibili, e dove ogni singolo atto educativo possa essere un momento di rinascita per la comunità.
Il cuore pulsante di questo progetto è il Manifesto DI BELLEZZA SI VIVE, una vera e propria dichiarazione di intenti che si articola in nove principi fondamentali. Ogni punto del Manifesto rappresenta una sfida, una responsabilità condivisa da tutti gli attori sociali, politici e culturali coinvolti. L'idea che la bellezza non sia solo estetica, ma un principio che emerge dalle esperienze incarnate e che possiede un potenziale trasformativo, è alla base di questa rivoluzione educativa. La bellezza, lontana dalla sua accezione superficiale, diventa uno strumento per connettere la scienza, le discipline umanistiche, l'arte e la transizione ecologica, creando spazi di apprendimento in cui il sapere e l'emozione si fondono.
Il Manifesto non è solo una dichiarazione teorica, ma un invito a una trasformazione concreta. A testimoniarlo è la creazione di un ebook interattivo che, oltre a raccogliere e spiegare i principi alla base del Manifesto, diventa uno strumento operativo e divulgativo per tutti coloro che operano nell'ambito educativo: insegnanti, genitori, educatori, ma anche chiunque desideri partecipare a questa visione di una scuola che sia davvero un luogo di bellezza, stimolo e inclusione.
Questo ebook, volutamente gratuito e accessibile, rappresenta una risorsa preziosa, pensata per offrire un supporto metodologico e scientifico, ma anche per raccontare storie ed esperienze di grande valore che sono state messe in atto durante il progetto. Attraverso una combinazione di contenuti video, audio e testuali, l’ebook guida il lettore alla scoperta dei metodi di ricerca-azione e co-design, con un focus particolare sul Research Based Learning (RBL), che ha fornito un quadro teorico solido per le sperimentazioni sui territori.
Non si tratta solo di un manuale, ma di un vero e proprio strumento di storydoing che permette ai lettori di applicare i concetti del Manifesto nella pratica quotidiana. Le esperienze descritte non sono meri esempi, ma vere e proprie testimonianze di come la bellezza, intesa come valore condiviso e attivo, possa essere un veicolo potente per migliorare l’educazione. Il Manifesto diventa quindi il cuore pulsante di un cambiamento che ha bisogno di essere diffuso, vissuto e messo in pratica in ogni angolo della società.
L’aspetto più innovativo di questo progetto è proprio l’integrazione tra teoria e pratica, tra il Manifesto e l’ebook. Se il primo traccia una visione di cambiamento radicale, il secondo fornisce le chiavi per realizzarlo, con un approccio che non solo educa alla bellezza, ma fa della bellezza un punto di partenza per una nuova metodologia educativa. L'ebook rappresenta, quindi, una guida per chi vuole apprendere come la bellezza possa essere inserita nei programmi scolastici, senza ridursi a un’estetica fine a sé stessa, ma diventando parte integrante del processo educativo.
L’interazione tra chi educa e chi è educato, il legame affettivo che si costruisce nella relazione, sono essenziali affinché l’educazione possa essere realmente trasformativa. L’ebook aiuta a comprendere che il cambiamento non avviene solo nell’approccio teorico, ma attraverso pratiche quotidiane, come l'integrazione di esperienze artistiche nei processi di apprendimento delle materie tradizionali, che spingono gli studenti a vedere il mondo con occhi nuovi, stimolando creatività, curiosità e passione.
Il valore di questo strumento sta anche nella sua capacità di promuovere un cambiamento nella formazione degli adulti. Le esperienze di bellezza, infatti, non devono rimanere confinati al mondo degli studenti, ma devono essere parte integrante anche della formazione degli educatori, genitori e della comunità in generale. Solo con una rete educativa formata e consapevole sarà possibile abbattere le barriere che oggi impediscono l'accesso alla bellezza come pratica educativa. In questo senso, l’ebook funge anche da catalizzatore di un cambiamento sociale più ampio, promuovendo un’educazione che non solo educa alla cultura, ma che diventa cultura stessa.
DI BELLEZZA SI VIVE ci invita a ripensare l’educazione come un atto generativo e trasformativo. E, attraverso l’ebook, ci offre la possibilità di portare questa visione nelle scuole, nelle famiglie, nelle comunità, affinché ognuno di noi possa diventare parte di un movimento più grande, capace di valorizzare il bene, la giustizia, l’inclusione e la bellezza in tutte le sue forme. L’ebook, dunque, non è solo un manuale, ma un invito a vivere, con passione e consapevolezza, l’educazione come un atto di bellezza quotidiana.
In conclusione, il progetto DI BELLEZZA SI VIVE ci offre un’opportunità straordinaria per riflettere sulla nostra responsabilità educativa e sociale. L’educazione, così come la bellezza, ha il potenziale di trasformare la vita di ciascun individuo, di rafforzare la comunità e di abbattere le barriere della povertà educativa, che oggi minacciano il futuro delle nuove generazioni. Il Manifesto che ne è alla base, insieme all’ebook interattivo, non è solo un punto di arrivo, ma un invito a mettersi in cammino, a lavorare insieme per costruire una scuola, una famiglia e una società che siano davvero luoghi di apprendimento, di crescita e di bellezza.
Questa bellezza, che non è solo forma o estetica, ma un principio dinamico e trasformativo, ci chiama a una continua ricerca di bene, giustizia e benessere, riconoscendo che, quando perseguita con tenacia e impegno, la bellezza può superare le difficoltà e rivelarsi una forza potente per il cambiamento. L’ebook diventa, in questo contesto, uno strumento che ci permette di tradurre questa visione in azioni concrete, in pratiche quotidiane che coinvolgono ogni attore educativo. Non si tratta più di sperimentare la bellezza come qualcosa di esterno o episodico, ma di farla diventare una parte integrante del nostro modo di educare, di relazionarci, di apprendere.
L’augurio che accompagna questo progetto è che ogni lettore, ogni educatore, ogni genitore, possa trovare ispirazione in questa “bellezza” che non è solo un ideale, ma una pratica viva, capace di generare cambiamento. In questo viaggio, la bellezza diventa il motore di una rivoluzione educativa che non solo risponde ai bisogni dei giovani di oggi, ma che costruisce anche il futuro di una società più consapevole, più inclusiva, più umana. E, finché ci sarà spazio per una bellezza che si fa bene, l’Italia avrà la possibilità di continuare a crescere e prosperare, investendo in un’educazione che sia davvero capace di infondere fiducia e partecipazione.
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Byung-Chul Han (2025), Contro la società dell'angoscia. Speranza e rivoluzione, (Canzonieri A., Trad. it.), Einaudi, Torino.
Le organizzazioni della generatività sociale (OGS)(5) sono quelle formazioni sociali ed economiche che esibiscono al centro del proprio funzionamento la plusadditività sociale, adottando come forma specifica e caratteristica del proprio funzionamento intenzionale la consegna del valore sociale prodotto alle comunità. Per valore sociale si intende quell’insieme di beni tangibili e intangibili, materiali e immateriali, personali e relazionali, che consentono ai singoli e alle formazioni in cui si esprime la loro personalità di ottenere riconoscimento, benessere, equità, legittima realizzazione e dignità sociale. Una definizione più icastica, ma molto suggestiva, di cosa sia il valore sociale è possibile ricavarla dal filosofo Paul Ricoeur (2007) che così si è espresso rispetto all’etica sociale: «Definirei la prospettiva etica con questi tre termini: "auspicio della vita buona, con e per gli altri, all’interno di istituzioni giuste”»(6).
Dall’adozione del principio generativo in forma esplicita e intenzionale derivano alle OGS alcune caratteristiche isomorfe, cioè ricorrenti in grado più o meno accentuato in tutte le OGS, al punto da poter essere adottate come criteri di valutazione e discrimine della loro effettiva generatività:
una prima caratteristica delle ogs è la disappropriazione del valore prodotto, cioè la sua consegna ad altri e al mondo. Ciò che viene dall'altro torna accresciuto e umanizzato all'altro. Il loro principio intimo, il loro ideale regolativo è: se il chicco di grano non cade in terra e non muore rimane solo (Giovanni 12, 24). Le OGS incarnano ed esprimono in forma radicale l’ambizione più profonda del desiderio umano, che è generare compagnia. Sovvertono così il paradigma neoliberistico, che suppone invece l’autoriferimento e l’appropriazione totale dei risultati della produzione agli shareholder. Mancini (2004), richiamando il pensiero di Lévinas, così esprime questo rovesciamento di prospettive: «Vi pare piccola rivoluzione se il baricentro del mondo va dall'io all'altro, uno stare faccia a faccia, una comunità di volti, dove il diritto dell'altro verso di me va pensato senza reciprocità, ossia senza il diritto mio di fronte all'altro?».
Una seconda caratteristica delle OGS è la radicale destandardizzazione delle proprie operazioni, che è conseguenza diretta del loro sbilanciamento sul contesto esterno. Le OGS sono costrette alla costante invenzione, in quanto sono chiamate ad agire in modo trasformativo, rispetto a problemi nuovi in contesti sociali turbolenti. Le OGS operano progettualmente, e in modo idiosincratico, anche quando gestiscono servizi ripetitivi. In un certo senso il loro funzionamento è il contrario speculare del proceduralismo burocratico, che è invece la caratteristica della Pubblica Amministrazione. Tanto le OGS sono tenute a vigilare sul tendente isomorfismo che il rapporto con le burocrazie amministrative può produrre, quando il Terzo Settore accetta di ridursi a parastato.
Una terza caratteristica delle OGS è la loro socialità radicale, cioè la loro struttura relazionale sia interna che esterna. La socialità è per le OGS ciò che l'interiorità, a sua volta ritmata relazionalmente, è per la persona umana. «Dove due o tre sono riuniti» (Matteo 18, 20): allora accade la generatività sociale! La generatività sociale non tollera solitudini e isolamenti, non è storia dell'ego, la sua condizione di felicità è la comunanza. Ogni storia generativa è storia di un incontro. “Con altri” è la sua legge di sviluppo, e insieme il suo discrimine più autentico. Ogni organizzazione genuinamente generativa rivela al suo interno di essere espressione di comunità, e spesso è manifestazione in superficie di intrecci ancora più profondi, che nel patto organizzativo si riannodano come comunità di comunità.
Una quarta caratteristica è che le OGS sono propizie, e propiziate, dalla cura dell'interiorità. L'atto di generare si fonda su un accordo originario al mondo, secondo Heidegger (1976) una situazione affettiva (Befindlichkeit), con cui siamo “intonati” all’Essere mediante singoli “accordi” emotivi (Stimmungen), che costituiscono le condizioni effettive alle quali il mondo stesso è rappresentato, percepito, progettato dal vivente (pp. 172-178). In quanto tali, precedono il mondo e lo determinano. L’esperienza di pienezza percepita, di sovrabbondanza che urge dentro, di eccedenza interiore sono le “stimmung” che condizionano la generatività sociale, perfino determinando una certa coazione a generare per semplice effusione di un bene interiormente percepito. Sono, direbbe Paolo di Tarso, l’esperienza di quella “potenza straordinaria che ci abita”, di quel “tesoro che noi abbiamo in vasi di creta”, per ricordare sempre che, in ultima analisi, il principio vitale che esprimiamo non viene da noi (2 Corinzi 4, 7). La cura di queste dimensioni così profonde e intime è dunque una questione fondamentale, perché da loro dipende la stessa maggiore o minore generatività dell’azione di una OGS, che non è altro che manifestazione storica e sociale di una spiritualità, da manutenere e alimentare costantemente, perché la vita continui a passare.
Una quinta caratteristica è il rapporto delle OGS col tempo, e il rinvio alla speranza: le OGS rielaborano costantemente il proprio passato, criticano e trasfigurano il presente, anticipano e prefigurano in nuove forme il futuro desiderato, che, in quanto futuro, è per loro la qualità dell’Essere. L’azione delle OGS è, parafrasando Marx (1969), «il movimento reale che trasforma lo stato delle cose presente». L’agire delle OGS si conforma alla speranza, che a sua volta, secondo Moltmann (1970) non tende a «gettar luce sulla realtà esistente, ma su quella veniente», e «non regge lo strascico alla realtà, ma porta la fiaccola davanti a lei», perché la speranza «non conduce l’uomo a conformarsi ed accordarsi alla realtà data, ma lo coinvolge nel conflitto tra esperienza e speranza» (p. 12), in quanto «colui che ha questa speranza non potrà mai adattarsi alle leggi e alle fatalità ineluttabili di questa terra: né al carattere inevitabile della morte né al fatto che il male generi sempre altro male» (p. 15). Le OGS sono dunque realtà ed espressioni sociali niente affatto innocue, rispetto agli assetti presenti. Sono anzi la più esiziale delle minacce per l’attuale sistema tecno capitalistico, basato sullo sfruttamento delle pulsioni umane, messe letteralmente al lavoro della produzione di valore attraverso la coazione al consumo, e non è nemmeno da escludere che, laddove la loro azione divenisse più incisiva, il sistema stesso reagirebbe, contrastandole esplicitamente o tentando di addomesticarle, rabbonendole con qualche beneficio. Qualche segnale in merito ci pare già in atto. I motivi li spiega bene, da ultimo, Byung-Chul Han (2025), che nel suo recentissimo saggio scrive: «I consumatori non sperano nulla. Hanno solo desideri o bisogni. Non hanno bisogno di nessun futuro. Dove il consumo diventa totalizzante, il tempo si atrofizza e si blocca in un presente permanente fatto di bisogni e del loro soddisfacimento. La speranza non appartiene al vocabolario capitalista. Chi spera, non consuma» (p. 27). L’azione delle OGS è esercizio metodico, intenzionale e militante della speranza, che confina con l'escatologia. Questo è anche ciò che rende attrattive queste espressioni sociali, perché simboliche: simbolizzano una “passione per il possibile” che corrisponde al più radicale desiderio umano, e lo rendono percepibile e sperimentabile.
(5) Poche denominazioni sono opache e fuorvianti quanto quella di “non profit”, peraltro spesso corrotta nel lessico comune in “no profit”. In primo luogo, come tutte le definizioni privative, dichiara quale non sia lo scopo delle organizzazioni che denomina, lasciando del tutto impregiudicati i loro scopi autentici. Adombrando addirittura l’idea che gli enti “non profit” siano in sé orfani di scopi, quando invece è evidenza comune che siano proprio queste tipologie di organizzazioni economiche e sociali a essere economie “purpose-driven” (si veda su questo Pearlman, 2018), perseguendo intenzionalmente nel nostro ordinamento dei “superscopi” collettivi, per la realizzazione del bene comune. Tali sono tutti i settori di attività attualmente ricompresi all’art. 5 del Codice del Terzo Settore (D.lgs. 117/2017) in quanto afferenti all’ “interesse generale”. In secondo luogo, la denominazione esprime una visione del tutto dicotomica e oppositiva, tipica dei sistemi anglosassoni, che ripartisce l’agire economico e sociale tra “profit” e “non profit”, quando invece la fenomenologia concreta porta a scorgere piuttosto una gradazione, in termini di internalità ed esternalità positive e beni sociali prodotti dalle organizzazioni ricomprese nei due ordinamenti. Infine, ed è la più forte obiezione, “non profit” e più ancora la versione corrotta “no profit” suggeriscono che la caratteristica intrinseca delle organizzazioni sia un basso livello di additività e plusvalore, in relazione agli input acquisiti. È esattamente l’opposto. Anche in termini astrattamente giuridici, la caratteristica degli Enti del Terzo Settore non è il divieto di produzione di utili, che in sé non sussiste, quanto quello di appropriarsene. Il fatto che il valore aggiunto realizzato, la generatività specifica che dovrebbe caratterizzare gli Enti del Terzo Settore non è tanto economica, quanto sociale, non sottrae nulla al fatto che di autentico valore aggiunto si tratti. Al postutto, non profit pare una di quelle denominazioni nate nel campo economico, da attori economici, per delimitare ciò che economico, od esclusivamente economico, non è. È dunque una definizione fortemente eteronoma. Preferiamo pertanto sostituire alla denominazione “non profit” quella di “Organizzazioni della generatività sociale”
(6) Cfr. anche Ricoeur (1993), pp. 263 e ss.
(7) La caratteristica degli Enti del Terzo Settore, alla luce del CTS, è in effetti proprio questa ibrida coesistenza di natura pubblicistica e ordinamento privatistico. Una definizione molto pregnante è riportata nel documento di ricerca n° 17 a cura del Gruppo di Studio per il Bilancio Sociale “Rendicontazione Sociale nel Non Profit e Riforma del Terzo Settore”, a cura di Rogate., Sacconi, Esposito, Magrassi, Palombelli, Viviani (2020) che qualifica tali enti in quanto «forme di impresa o organizzazioni che tecnicamente sono “senza interessi proprietari”, poiché nessuno ha diritto di prelievo dell’utile per scopi privati, e che devono perseguire una finalità sociale in senso universalistico, attraverso l’equo bilanciamento degli interessi dei vari soggetti che contribuiscono al suo perseguimento, avendo però come finalità principale la soddisfazione di un interesse generale o di un bisogno prioritario rispetto agli interessi di coloro che cooperano alla sua soddisfazione» (p. 35).
di Giorgia Turchetto
Responsabile del Progetto di Bellezza Si Vive
di Antonio Finazzi Agró
Vicepresidente, fondatore e past president di Ass. Italiana Progettisti Sociali, Presidente de La Nuova Arca, consulente del Terzo Settore con specializzazione in progettazione e project management di interventi sociali e di cooperazione allo sviluppo.
Generatività, additività, plusvalore, eccedenza sono tratti essenziali dell'agire umano. La generatività sociale non è che una forma esemplare, come l’arte, come il comportamento morale, della più generale generatività che contraddistingue la specie umana.
Sul piano della produzione estetica, dei funzionamenti cognitivi, dell’attività economica, del comportamento morale e sociale, è infatti l’agire umano in quanto tale a essere intessuto di generatività: un agire creativo in relazione al mondo, secondo cui il vivente, recependo dall’esterno stimoli, spunti, sollecitazioni, è in grado di trasformare ciò che accoglie in modo non deduttivo e non deterministico, generando transattivamente forme nuove, costellazioni inedite, sintesi originali e autonome non derivabili dalle singole premesse.
L’agire umano è, con le parole di Luigi Pareyson (1988),“un tal fare che mentre fa inventa insieme il modo di fare” (p. 30) ].
Probabilmente questa additività appartiene già alle soglie inferiori della vita, che trasformando l'inorganico in organico opera costantemente un salto qualitativo di specie. Ma nel vivente questa caratteristica biologica si precisa ed intensifica, sino a divenire il suo tratto distintivo e dominante. L’uomo è colui che ha da agire, e ha da agire in modo libero, determinando sé e il mondo su basi non ancora codificate.(2)
È ciò che Giaccardi e Magatti (2024) chiamano “tensione neghentropica”, ovvero quel dinamismo caratteristico della vita in grado di unificare il molteplice, cioè l’entropico, secondo leggi organiche sempre nuove e diverse: «un organismo vivente è infatti una struttura naturale che – grazie allo scambio costante di materia ed energia con l’ambiente circostante – crea e mantiene le condizioni che rendono possibili processi di auto-organizzazione. L’insieme di queste condizioni è ciò che chiamiamo “vita”» (p. 23). Queste forme “neghentropiche” sono in relazione strutturale, organica e genetica con l’ambiente, il “ground” inanimato da cui derivano i propri input, di cui tuttavia non sono né la somma né il calco automatico. Neghentropia ed entropia, vita e morte, unità e molteplice sono tra loro in rapporto dialettico e transattivo, e più che il già formato per la vita e per l’esistente umano conta il costante formare, dov’è messo alla prova il proprio desiderio e il proprio principio vitale. L’uno – l’individuazione, la forma, la vita – presuppone il due – l’ambiente, il ground, il contesto, ma anche il passato, la tradizione e la storia.
Questa formatività generativa non è una attività di creazione dal nulla; né è, per intendersi, una produzione idealistica basata sull’intuizione, come già in Benedetto Croce e in tutta la tradizione idealistica occidentale. È invece lotta e dialogo con una materia, un “già dato” che ci preesiste. È sua interpretazione personale, creativa ma non arbitraria, originale ma non originante; è generazione a partire da un molteplice che ci precede, da organizzare in forme nuove, autonome e sensate, dotate di una propria legalità interna e di un proprio principio organico di sviluppo, cioè in qualche modo forme “altre”, autonome e distinte dal soggetto che le ha generate. Così procedendo, le forme da un lato si distinguono dal soggetto che le ha generate, dall’altro testimoniano un’eccedenza della sua interiorità, una sua potenza additiva che è tra i più profondi misteri dell’animo umano, di cui finiscono per essere il “simbolo”.
La questione dell’eccedenza al cuore dell’agire umano interroga e inquieta l’intera tradizione filosofica moderna e contemporanea. Già Kant (2000) nella sua Critica della Ragion Pura esprimeva stupore per questa capacità inventiva celata nel profondo dell’animo umano di produzione autonoma e creativa di schemi interpretativi non precostituiti, che i suoi stessi principi trascendentali non riuscivano a giustificare interamente: «Questo schematismo del nostro intelletto, rispetto ai fenomeni e alla loro semplice forma, è un’arte celata nel profondo dell’anima umana, i cui veri strumenti noi difficilmente strapperemo alla natura per esporli scopertamente innanzi agli occhi» (p. 138). Ma risalendo oltre, fino alle radici platoniche e aristoteliche della tradizione occidentale, la questione dell’origine delle specie universali sotto cui il pensiero sussume il molteplice dell’esperienza non ha mai smesso di sollecitare la ricerca filosofica. Né la teoria platonica delle “idee”, né quella aristotelica delle “forme”, fornirono una sistemazione soddisfacente alla questione, che in effetti finì per porsi come “la” questione dominante, anche nel successivo dibattito gnoseologico medievale sugli universali, per poi essere consegnata all’intera epistemologia moderna e contemporanea. Né attualmente, ripresa dai filoni contemporanei delle scienze neuro cognitive, la problematica appare essere sciolta.(3)
Il fatto è che il principio generativo, anche in vista di una sua applicazione alla generatività sociale, ha proprio nell’eccedenza il suo presupposto originario. Senza eccedenza non si giustifica la generatività. L’eccedenza, da cui dipende l’additività di ogni operazione umana, si attesta come esperienza di un estraneo nel cuore del medesimo, di cui il soggetto stesso che compie le proprie operazioni non sa darsi conto fino in fondo, e con cui non è in grado di fare tutti i conti. Il più stupito della propria fondazione è, se si mantiene onesto con sé stesso sino in fondo, lo stesso fondatore, che riconosce umilmente di non essere all’origine della propria creazione. Stupore è il nome proprio di ogni creazione umana! Con le parole di Heidegger (2007), Denken ist Danken, pensare è ringraziare. O con quelle ancora più incisive del Poeta veggente Rimbaud, che definiva “questi egoisti” i poeti parnassiani che si reputavano autori e protagonisti dei propri versi, “Je est un Autre”, Io è un Altro(4). O ancora con Bellet (2006), che afferma: «Per quanto mi riguarda, parlo di un altro senso del pensiero, quello dell’ascolto. Per il pensiero è essenziale stare all’ascolto. Significa cogliere “l’estraneo” sotto l’aspetto del dono» (p. 147). O infine e più modestamente, si tratta dell’esperienza narrata dal Pinocchio di Collodi, in cui il burattino che si anima e prende vita sopraffà di gioioso stupore, per quel di più di vita totalmente imprevisto e imprevedibile, il suo artefice Geppetto.
Ecco che l’eccedenza a sua volta mette in gioco, come suo presupposto originario, l’interiorità in cui è possibile sperimentarla, come irrisalibile sorgente donativa. Anche in questo la testimonianza poetica è straordinariamente chiarificatrice circa l’esperienza che il soggetto, attraverso il principio generativo, fa con sé stesso; si pensi alle luminose parole del poeta Paul Celan (2008): «Ben vengano, dai più remoti distretti dello spirito, parole e immagini e gesti, velati come nel sogno e come in sogno». La generatività non è che l’interiorità che si rovescia ad extra. È esteriorità che simbolizza la coscienza, coniugata al mondo. E, in effetti, ogni realizzazione umana generativa è strutturalmente “simbolo” (dal greco syn-bolon), cioè elemento sintetico, concreto e percettivo in cui Io e Mondo sono messi in rapporto, nella mediazione di un varco accessibile all’uno e all’altro. Il principio generativo finisce quindi per mettere in causa la questione della coscienza umana e della sua struttura interiore, intimamente molteplice, relazionale e ospitale, e dunque su un piano essenzialmente antropologico, al di là di qualunque steccato confessionale, finisce per porre la questione della spiritualità del vivente. Perché è un fatto: dalla materia non si deduce la materia, dall’inanimato non sorge l’inanimato.
(1) Da qui in avanti il riferimento è costante e serrato con l’estetica di Luigi Pareyson (1988), che non è in prima battuta una teoria dell’arte, ma uno studio dell’uomo che produce senso, nell’atto di produrre senso, essendo l’attività estetica un caso speciale di un genere universale che comprende ogni operazione umana. Garroni (1992) chiarisce ulteriormente la questione del significato di una teoria estetica per una teoria generale dell’operare umano: «Ciò che chiamiamo estetica è solo marginalmente una disciplina sociale volta all’esame di certi oggetti, per saperne di più, ad esempio scienza dell’arte o del bello, ed è invece essenzialmente uso critico del pensiero, che ha nell’arte, in ciò che da non molto tempo chiamiamo arte, non un oggetto epistemico, ma un referente privilegiato» (p. 25).
(2) Riferendoci alla rivoluzione digitale in atto, specie nei suoi riflessi applicativi all’intelligenza artificiale generativa, potremmo dire che la caratteristica intrinseca con cui il vivente compie le proprie operazioni è di agire in modo non lineare, non regolato da un algoritmo preesistente, bensì in modo tale che, mentre le informazioni vengono combinate, strutturate e articolate in una forma nuova, al contempo e di volta in volta si escogita in modo del tutto creativo e originale l'algoritmo che regola l'intera operazione.
(3) La bibliografia sull’argomento, qui ripreso in assoluto compendio, è ovviamente sterminata, in senso letterale. Perfino la più ampia delle selezioni risulterebbe arbitraria e parziale. Si veda però, per un inquadramento di massima della tematica, Eco U., (1997), pp. 43-101 e 349-373. Circa il dibattito medievale sugli “universali” si veda Gilson E., (1997), in particolare pp.281-312.
(4) Il celebre passo di Rimbaud (2007), tratto dalla Lettera a Paul Demeny, è talmente suggestivo, ai fini di un chiarimento del principio generativo, che merita di essere riportato per intero: «Infatti; Io è un altro. Se l’ottone si desta tromba, non è certo per colpa sua. La cosa mi pare ovvia: io assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto: do un colpo d’archetto: la sinfonia si agita nelle profondità, oppure salta con un balzo sulla scena. Se i vecchi imbecilli non avessero trovato dell’Io che il significato falso, non avremmo da spazzar via questi milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accatastato i prodotti del loro guercio intelletto, proclamandosene fieramente gli autori! [...]. Il primo studio dell’uomo che voglia esser poeta è la sua propria conoscenza, intera; egli cerca la sua anima, l’indaga, la scruta, l’impara. Appena la sa, deve coltivarla; la cosa sembra semplice: in ogni cervello si compie uno sviluppo naturale; tanti egoisti si proclamano autori; ce ne sono molti altri che si attribuiscono il loro progresso intellettuale!».
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Il Principio Generativotra eccedenza, interiorità e speranza
Il Principio Generativo tra eccedenza, interiorità e speranza
Fonti Bibliografiche
Per un Manifesto della generatività sociale
Di Bellezza si vive:il Potere dell'Esperienza Estetica per Trasformare l'Educazione delle Nuove Generazioni
di Giorgia Turchetto
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Di Bellezza si Vive: il Potere dell'Esperienza Estetica per Trasformare l'Educazione delle Nuove Generazioni
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Le idee sembrano esaurite, tutte percorse nella loro estensione e potenzialità. Quella di Dio e di Ragione, di Stato e di Mercato, di Democrazia e di Dittatura, di Nazione e di Comunità, di Individuo e di Collettivo. Si prova talvolta a recuperare ciò che è passato o a vagheggiare una speranza che ha più a che fare con il sogno che non con la realtà. La ragione, divenuta puramente strumentale, la si adotta per creare appunto gli strumenti necessari alle nostre necessità, al nostro consumo, alla nostra vanità, ma per il resto la si rinnega, e si evidenzia la sua incapacità di dare un senso al mondo e spesso, in cerca di una speranza di mistero, si cancellano anche i suoi traguardi più evidenti come quelli medici e scientifici. Questa situazione di stasi in un mondo che gira e si avvita su se stesso sempre più rapidamente andrebbe bene, sarebbe forse persino accettabile, se il paradigma della fine della Storia fosse stato confermato. Ma che così non è sembra l’unico punto su cui esiste un consenso piuttosto ampio. Del resto, ogni giorno ne abbiamo conferma dalle notizie che formano il nostro mondo.
Allora si ridimensiona la parola Storia, si ritorna a scriverla con la minuscola e a farla precedere da un articolo indeterminativo. Ma se quindi dalla fine della Storia si passa alla fine di una storia, resta comunque il dramma di trovarsi in una fase di passaggio epocale, di attraversamento in cui inizia a mancare la terra sotto i piedi senza intravedere neppure la sponda su cui potersi appoggiare per proseguire il cammino.
Per evitare di finire con un tonfo lontano e una nuvoletta sbiadita e insignificante sul fondo di un abisso è necessario pensare un nuovo fondamento. Solo da lì tutto può crescere, o distendersi. Solo attraverso un nuovo fondamento si può iniziare a costruire uscendo dall’ossessiva gabbia del quotidiano. Ma il fondamento, ecco il primo paradosso, non può essere permanente! Il fondamento deve essere il fondamento di cui c’è bisogno adesso, tra cinquant’anni potremmo avere bisogno di un altro. Il fondamento è una tappa del un cammino! In questo modo procede il processo veritativo dell’uomo, ovvero quel cammino per la ricerca della verità, ovvero della ricerca del senso, che è l’unica cosa che riesce a rendere respirabile l’atmosfera oppressiva dell’assurdo da cui siamo avvolti. Ma questo deve essere appunto un cammino, un processo, un divenire costante. Non qualcosa di dato e stabilizzato una volta per tutte. I nuovi fondamenti saranno soggetti alla freccia del tempo, migliorabili, rinnovabili, ampliabili. Bisogna accettarne la transitorietà, mete provvisorie. Da punti sempre più avanzati si può ogni volta riprendere il cammino. L’alternativa, è l’eterno ritorno ovvero una perenne quotidianità che tende a ripetersi sempre uguale a se stessa, ovvero nichilismo, perché avvitandosi su se stessi non si può far altro che svanire, come un vortice che evapora, come un buco nero; mentre il vagheggiamento del passato, l’invocazione di un ritorno all’età dell’oro, degli antichi dei e delle antiche tradizioni è reazione mortifera.
Il nuovo fondamento
che "genera e si genera"La risposta al caos del presente non è una regola, ma una "tensione in avanti
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Nel Tractatus, citato all’inizio, Wittgenstein parla, in maniera quasi misterica, e solo in modo fulmineo e passeggero, del Mistico. Figura inspiegata e inspiegabile, emerge quasi naturalmente dal cristallino incedere delle proposizioni logiche che danno forma al testo. “Ma v’è dell’ineffabile. Esso mostra sé, è il Mistico.” È la quart’ultima proposizione del Tractatus (6.522). Molte le interpretazioni, non è qui mia intenzione andare ad allungare questa teoria. Solo notare che dal più formidabile argomentare logico filosofico della ragione, in un testo che cerca di tracciare i limiti del linguaggio e i limiti del mondo, alla fine del percorso, prima che Wittgenstein preghi i suoi lettori di utilizzare le sue proposizioni come una scala da gettare via dopo esservi ascesi passo dopo passo e prima che inviti in maniera perentoria a tacere su tutto ciò di cui non si può parlare, emerge il Mistico. Ineffabile, indicibile. Ecco allora che la ragione conduce l’uomo fino al limite, ai limiti del mondo, in cui essa trascende se stessa e lascia spazio a ciò di cui non si può parlare. È un’epifania attraverso la ragione. È un passo nella storia della presa di coscienza di sé dell’uomo, del processo veritativo, dell’ampliamento e del riempimento di senso della domanda. Un punto da cui il pastore dell’essere può riprendere il proprio cammino.
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La morte di Dio, annunciata da Nietzsche, oggi è un fatto talmente acclarato da essere banalizzato e interamente travisato. Eppure lo si accantona come roba vecchia, sicura e ineludibile. Il cielo è vuoto! La ragione, divenuta pura e formidabile ragione strumentale, ha trionfato e, allo stesso tempo, sembra incapace di dirci alcunché sul “senso” della nostra stessa potenza.
Tuttavia, mentre Dio rimane morto e la ragione sembra godere di ottima salute, essa prepara, attraverso il suo successo, il suo tramonto. La ragione, nella sua veste strumentale, a differenza di Dio, anzi, liberata da Dio, ha proseguito la propria marcia in un mondo occidentale che è stato lanciato in un futuro rapidissimo grazie alla sua potenza creativa in una terra sostanzialmente pacificata, aperta e liberata grazie al benessere, al libero mercato, e alle stessa morte di Dio che ha dato nuova spinta all’umanità aperta a un futuro in cui tutto sembrava possibile e fattibile grazie a una nuova onnipotenza umana suggellata da una pace sempre più globale.
È stata la stanchezza verso il nostro mondo, un mondo di così enorme successo, a farci pensare che la storia fosse finita, a farcelo sperare perché forse, dopo tanta corsa, eravamo troppo stanchi per proseguire. Ma sperare intensamente in una cosa non equivale a realizzarla.
La contemporaneità, gli ultimi settant’anni, ha operato un disvelamento. In questo senso è un’epoca veritativa, ma mostra una verità insufficiente perché disperante. La velocità sempre maggiore richiesta dalle società consumistiche è necessità di sopravvivenza. Gli orari sempre più stringenti necessità di sopravvivenza. Si sottrae in questo modo spazio alla possibilità di pensare? (Non che un tempo si pensasse di più, anzi. Esistevano tuttavia comunità ben definite che pensavano per la stragrande maggioranza, a partire dalla famiglia tradizionale, parrocchie, partiti, su su fino allo Stato. Tutto questo non c’è più, non ci sarà più, non è restaurabile.) I fatti del mondo perdono di logicità e consequenzialità. Si evidenzia il caos e il caso come essenziali rispetto alla vita. Un caos che cresce naturalmente con la casuale complessità del mondo.
Lascerò da parte tutte le implicazioni sociali e politiche di questa situazione. Qui mi interessa notare come questa epoca, che è quella in cui ancora siamo, quella in cui tutto finisce ma ancora niente di nuovo inizia, è stata generata da un rifiuto radicale della ragione (rifiuto contemporaneo al suo stesso trionfo!), perché, dopo la scomparsa di Dio, la ragione ci ha deluso: si è ritenuta capace di riparare ogni cosa, di conoscere tutto, restando però totalmente muta di fronte alla domanda di senso, alla domanda dell’individuo che si chiede il “perché” e la direzione della propria esistenza. O, ancora più originariamente, del perché c’è qualcosa invece che nulla.
di Michele Silenzi
Laureato in finanza alla Luiss di Roma e alla Fudan di Shanghai, ha lavorato in JP Morgan e in Banca IMI nel settore dell’investment banking a Milano e a Londra. Ha scritto il suo primo libro Mover. Odissea contemporanea (2014) edito da Liberilibri e, per la stessa casa editrice, ha curato e tradotto Lettere di Yonathan Netanyahu (2016). Lavora all’Istituto Luigi Sturzo partecipando al progetto dell’Archivio della Generatività sociale. Collabora con Il Foglio e con Huffington Post
PENSIERO
Dove trovare allora un pensiero profondo che animi queste vite che si aggirano nell’avara atmosfera dell’assurdo?
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È fondamentale, a tal proposito, meditare un passo complesso ma fondamentale del celebre discorso di Ratisbona di Benedetto XVI, il cui centro focale sta nella relazione tra Dio e ragione: “La convinzione che agire contro la ragione sia in contraddizione con la natura di Dio, è soltanto un pensiero greco o vale sempre e per se stesso? Io penso che in questo punto si manifesti la profonda concordanza tra ciò che è greco nel senso migliore e ciò che è fede in Dio sul fondamento della Bibbia. Modificando il primo versetto del Libro della Genesi, il primo versetto dell’intera Sacra Scrittura, Giovanni ha iniziato il prologo del suo Vangelo con le parole: ‘In principio era il λόγος’. È questa proprio la stessa parola che usa l'imperatore: Dio agisce ‘σὺν λόγω’, con logos. Logos significa insieme ragione e parola – una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi ma, appunto, come ragione. Giovanni con ciò ci ha donato la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi. In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista. L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso.
Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento, realizzata in Alessandria – la "Settanta" –, è più di una semplice (da valutare forse in modo addirittura poco positivo) traduzione del testo ebraico: è infatti una testimonianza testuale a se stante e uno specifico importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo. Nel profondo, vi si tratta dell'incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall'intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire "con il logos" è contrario alla natura di Dio.
Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del "da dove" e del "verso dove", gli interrogativi della religione e dell'ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla "scienza" intesa in questo modo e devono essere spostati nell'ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la "coscienza" soggettiva diventa in definitiva l'unica istanza etica. In questo modo, però, l'ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell'ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l'umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell'ethos non la riguardano più.”
L’atmosfera dell’assurdo è l’atmosfera della compiutezza, in cui vengono prima scissi e poi scaricati sia Dio che la Ragione, in cui resta solo il soggetto che si fa inevitabilmente solipsista. È tutto il processo descritto in precedenza. L’alternativa posta da Benedetto XVI, in cui un individuo, una persona, possa trovare un orizzonte di verità in cui stabilire una comunanza e vicinanza con gli altri uomini, perché solo da un residuo di verità condivisa si può creare qualcosa di comune, pone il rapporto tra fede e ragione, la loro saldatura assoluta nel termine logos posto al principio del vangelo di Giovanni e a fondamento della creazione stessa del mondo, come la casa comune. È questo senza dubbio, un passo fondamentale nella storia della Rivelazione o, per dirla, in termini più separati dal linguaggio cristiano, dell’evoluzione dell’uomo in cui egli comprende se stesso e il proprio posto nel cosmo prendendo progressivamente coscienza di sé.
Non conta qui l’appartenenza al cristianesimo e neppure l’appartenenza a una qualsiasi confessione religiosa. C’entra qui ciò che è immanente in ogni uomo, ovvero il senso di stupore di fronte al mondo e la domanda di senso (ovvero la domanda su Dio) che in maniera più o meno cosciente alberga, o ha albergato, nel cuore di ogni uomo e quella facoltà necessaria di comprendere il mondo che permette all’uomo di prendere coscienza di ciò che lo circonda ovvero la ragione. Ecco ciò che è comune negli uomini, ciò che può costruire il fondamento.
Quindi con il cristianesimo tutto è compiuto? Non direi. La realtà non è data. Non esiste un orizzonte stabile e definitivo in cui si dispiega la volontà divina e che noi possiamo semplicemente interpretare nel tempo. La verità non si rivela, si crea attraverso un processo soggetto a distruzione creatrice. E questa è tutta la distanza che poi si pone tra l’esistenza dell’uomo occidentale e il cristianesimo. La realtà, e la sua verità, non sono un dato ma un farsi. Esiste il processo veritativo, quello che Ratzinger con i suoi termini chiama storia della Rivelazione, e che ci porta a pensare che Dio non sia tanto ciò che è prima, ciò che è all’origine e guida, visto che tutto cambia e muta e si reimposta ma comunque evolve e avanza. Forse bisogna iniziare a pensare l’idea di Dio non come guida dietro di noi, ma come una meta. Un principio che si pone davanti a noi, una tensione in avanti e non un fondamento assoluto. E allora ecco l’idea paradossale: che il fondamento non sia dietro di noi, bensì davanti, non che fonda dal basso ma che genera, e si genera, traendoci in avanti.
di Riccardo Della Valle
Collaboro alle attività di ricerca e studio promosse da Genialis sulle organizzazioni generative. Sono stato dirigente d'azienda
PERCHÉ LE ORGANIZZAZIONI NON DEVONO AVERE PAURA DELLA FRAGILITÀ
PERCHÈ LE ORGANIZZAZIONI NON DEVONO AVERE PAURA DELLA FRAGILITÀ
R. Della Valle
INTERNAZIONALE
VIE
GIRO DI BOA
Il segno che resta
dell'imprenditività italiana
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INNOVARE L’IMPRESA
CON L'ARTE
Intervista al dott. Marcello Smarrelli, direttore artistico della Fondazione Ermanno Casoli
P. Cappelletti, R. Della Valle
Il nuovo fondamento che "genera e si genera"
La risposta al caos del presente non è una regola, ma una "tensione in avanti"M. Silenzi
PENSIERO
BUONE IDEE:
Cosa significa accompagnare le aziende verso il processo di inclusione di persone fragili
L. Perlaska
EDITORIALE
ATTESA DEL TITOLO
attesa del sottotitolo.
G. Petrini
C’è un altro cielo
C’è un altro cielo,
sempre sereno e bello,
e c’è un’altra luce del sole,
sebbene sia buio là –
non badare alle foreste disseccate, Austin,
non badare ai campi silenziosi –
qui è la piccola foresta
la cui foglia è sempre verde –
qui è un giardino più luminoso –
dove il gelo non è mai stato,
tra i suoi fiori mai appassiti
odo la luminosa ape ronzare,
ti prego, Fratello mio,
vieni nel mio giardino!
STARE, ATTRAVERSARE E IMMAGINARE:
Le città delle prossime generazioni
L. Tufariello, S. Sampietro
QUESTION TIME
FONDAZIONE MAREA:
Prendersi cura della Sicilia per generare futuro
G. La Rocca
1 - Il Principio Generativo tra eccedenza, interiorità e speranza
A. Finazzi Agró
2 - Di Bellezza si vive
G. Turchetto
SEGNALI DI BELLEZZA
GENERAZIONI
ECOSISTEMA
GENERARE RICCHEZZA CIVICA ATTRAVERSO COMUNITÀ, IMPRENDITORIALITÀ E REGIMI DI SUPPORTO:
Tom Lumpkin e Sophie Bacq
A. Rizzo, A. Sancino
VAI AL RAPPORTO
di Patrizia Cappelletti
Sono ricercatrice sociale presso il Centro di Ricerca ARC dell’Università Cattolica di Milano, dove da anni mi occupo di generatività sociale nelle organizzazioni. Svolgo attività di formazione e consulenza per soggetti pubblici e privati.
L’imprenditività come indicatore di generatività
Quest’anno il Rapporto Italia Generativa, giunto alla sua terza edizione, mette a fuoco il tema dell’intrapresa.
L’imprenditività è direttamente connessa alla generatività sociale e ne può essere considerata una interessante cartina di tornasole, in quanto, per esistere e prendere forma, presuppone la spinta del desiderio, il coraggio e la responsabilità di assumersi il rischio dell’iniziativa, di metterla al mondo, prendendosene cura per farla crescere, e rendendola autonoma, oltre i suoi stessi autori.
Si tratta, dunque, di pensare l’intraprendere come un processo complesso, relazionale e fiduciario, capace di riconoscere, mobilitare, connettere ed attivare risorse sparse, per orientarle verso la co-generazione di un valore multiforme da condividere con molteplici stakeholder, presenti e futuri.
Se così osservata, l’intrapresa si rivela una leva fondamentale per la generazione e rigenerazione della vita sociale ed economica: liberando e catalizzando energie per sé e per altri, essa apre sempre nuove opportunità di esistenza nell’oggi e di sviluppo per il domani.
Il terzo Rapporto Italia Generativa si propone di offrire una lettura originale dell’imprenditività italiana, nell’intento di individuarne, in una logica processuale, multidimensionale ed intergenerazionale, punti di blocco ma soprattutto possibili leve di promozione e sviluppo.
Come è articolato il Rapporto
I 4 capitoli che compongono la prima sezione del Rapporto raccolgono i numeri che tratteggiano la capacità imprenditiva del nostro Paese nel confronto con l’Europa. I dati sono organizzati attorno ad altrettante questioni nodali: i suoi dinamismi e i limiti; la biodiversità degli attori e delle forme; gli immaginari; il quadro di trasformazioni che stanno rimodellando radicalmente lo scenario dell’intraprendere nel confronto con la transizione digitale, ecologica e organizzativa.
La seconda parte del Rapporto offre dati di natura qualitativa. Qui vengono proposte dodici interviste a figure apicali di altrettante realtà imprenditoriali italiane, selezionate per la loro capacità di concepire e coniugare l’intraprendere come azione generativa, impastata di libertà e, insieme, di responsabilità anche verso ciò che fa esistere l’impresa, rendendo possibile la sostenibilità dei suoi ecosistemi.
In questo l’intrapresa si rivela azione innovativa – ossia azione di design del futuro – ed insieme epimeletica – cioè di cura e rigenerazione continua dei suoi diversi contesti umano, sociale, ambientale, economico, istituzionale - che nutrono e co-individuano l’agire imprenditoriale.
I 5 nodi che interpellano l’impresa italiana
Le considerazioni finali riprendono cinque nodi che interpellano oggi l’intrapresa italiana per individuare un possibile orizzonte di riflessione e di lavoro.
Il primo nodo riguarda la dimensione autoriale, ovvero chi saranno i nuovi protagonisti dell’intrapresa. Anche in considerazione dei significativi cambiamenti demografici in corso nel nostro Paese, a partire dal visibile invecchiamento dell’imprenditoria italiana, la questione non è affatto secondaria. A questo proposito, il Rapporto guarda a tre differenti cluster – i giovani, le donne, gli stranieri – popolazioni al momento ancora parzialmente sottorappresentate, per sottolineare la necessità di intervenire con urgenza sulle precondizioni che ne potrebbero rendere possibile una più significativa attivazione. Al momento, infatti, se la propensione all’intrapresa è in Italia perfino più marcata che altrove in Europa, essa rischia però di essere congelata sul nascere da un habitat non favorevole all’iniziativa.
Il secondo nodo riguarda la necessità di uscire dalla polarizzazione grande-piccolo che da anni rischia di rendere sterile il dibattito sull’evoluzione dell’intrapresa italiana. I numeri offerti dal Rapporto restituiscono un quadro europeo anche meno schematico, dove l’originalità del percorso italiano emerge, piuttosto, dalla compresenza di altre caratteristiche, in particolare la limitata presenza di grandi imprese, l’intraprendenza dell’azienda media, la vivacità della piccola impresa. Uscire dall’interpretazione oppositiva dello schema di gioco “Grande” vs “Piccolo” potrebbe aprire nuove possibilità di azione nell’ottica della valorizzazione e attivazione in relazione di quello che già esiste.
Appare tuttavia necessario mettere mano ai fondamentali: risolvere l’annosa questione della bassa produttività; sciogliere il nodo gordiano dei bassi salari e dell’ innovazione; agire per ridurre la vulnerabilità di un modello centrato sulle medie imprese altamente competitive, soprattutto nell’attuale instabilità geopolitica; intervenire sull’ecosistema finanziario a supporto della stabilità finanziaria delle imprese.
Da qui l’identificazione di tre elementi chiave appartenenti al DNA italiano e che potrebbero, se riscoperti e valorizzati, contribuire ad accompagnare il sistema Italia ad un cambio di passo oggi più che mai necessario.
Il primo – che corrisponde al terzo nodo ripreso dalle considerazioni finali – riguarda la capacità dell’imprenditoria italiana di favorire il pluralismo tecnologico e la coesistenza di molteplici approcci innovativi (tecnodiversità). Centrale è, in questa fase storica, la digitalizzazione rispetto alla quale il nostro Paese, se ha visto importanti avanzamenti, resta ancora lontano dalla spinta dei Paesi best performer. Il concetto di biodiversità tecnologica è fondamentale per l’Italia, che appare più di altri agevolata ad avviare le trasformazioni legale al digitale e all’IA con modalità non oppositive, ma integrative del nuovo, ovvero in forme e processi di co-evoluzione con ciò che appartiene alla tradizione del Made in Italy. Ciò è possibile scommettendo con convinzione sul fattore umano, un punto cruciale che, se purtroppo resta sottotraccia nella parte statistica, si afferma con grande lucidità nelle interviste ad aziende che, anche in ragione di queste scelte strategiche, possono essere considerate un’interessantissima avanguardia produttiva cui guardare.
L’impresa italiana non è un’isola, bensì un sistema di relazioni radicato profondamente in un territorio, con il quale attiva circolarità virtuose e mutualmente vantaggiose. È questo il secondo driver ed il quarto tema rilanciato nelle conclusioni. È attorno al territorio e alle sue relazioni che l’intrapresa italiana continua ad evolvere disegnando sempre nuove forme – dai distretti alle multinazionali tascabili al cosiddetto “quinto capitalismo”. Dove il modello funziona troviamo reti di interdipendenze di breve raggio; sistemi di collaborazione snelli e veloci nell’adattamento alle richieste dei mercati; condivisione di competenze e risorse tecnologiche; fiducia e supporto con una sensibile crescita della resilienza collettiva.
Il quinto nodo – terzo elemento chiave su cui lavorare – curva sull’ecosistema, inteso come il contesto che può fungere da incubatore ed acceleratore. La fragilità dell’ imprenditività italiana si mostra qui in tutta la sua complessità. È nell’ecosistema, infatti, che l’impresa è incubata e trova le precondizioni per il suo sviluppo. È l’ecosistema che offre gli ingredienti per fare l’intrapresa, in primis le risorse umane. Ancora, è l’ecosistema che garantisce la manutenzione delle reti materiali ed immateriali per connettere l’impresa con il mondo, delle norme e dei regolamenti che ne garantiscono il libero e responsabile operare, le risorse che ne supportano l’investire e l’innovare.
Siamo a un giro di boa
Che immagine del Paese emerge dal nuovo Rapporto Italia Generativa?
Per molti aspetti nel documento sono confermati dati già ben conosciuti e monitorati dagli esperti. Eppure, nel tentativo di connettere e descrivere congiuntamente i tantissimi dati disponibili, il Rapporto rivela una sintesi non scontata del Paese, rivelando grandi limiti ma anche interessanti potenzialità.
Pur da un oggetto diverso – l’intraprendere – anche il Rapporto di quest’anno prova ad illuminare l’originalità del Paese, la sua “differenza”, che viene identificata qui nella capacità di fare impresa “altrimenti”. Un’indicazione da intendersi in senso estensivo, coincidente con l’ abilità di andare oltre l’idea di intrapresa predominante negli ultimi decenni; che non appartiene al nostro DNA e che lascia aree grigie di insoddisfazione e perplessità rispetto alla sua sensatezza e sostenibilità.
L’impresa italiana si rivela specchio del Paese, della sua natura paradossale di tenere in tensione gli opposti: le dimensioni limitate con la sorprendente reticolarità; il radicamento territoriale e, insieme, la creatività dialogica, riconoscibile e comprensibile universalmente; il riconoscimento della tradizione e, insieme, l’esplorazione incessante di nuove forme; la ricerca dell’unicità e la convivenza della pluralità; l’ossessione per la bellezza ma anche il rigore della funzionalità.
Il rischio è che le transizioni in atto, il digitale e l’IA su un fronte, e l’incertezza geopolitica sull’altro, rischino di indebolire quella tensione polare che consente all’Italia di fare bene l’Italia. Costringendoci a scegliere da che parte stare, questo tempo aumenta le probabilità di far saltare l’intrapresa italiana, che, nella sua unicità, può sopravvivere solo in contesti molteplici e plurali. L’omologazione, l’adeguamento monocromatico, la dittatura dell’uniformità sono dietro l’angolo. La de-differenziazione porterebbe ad un impoverimento drammatico e forse senza ritorno per il Paese.
Sarebbe la fine dell’incredibile polifonia ecosistemica. Il taglio del bosco.
È il tempo per cambiare la rotta e compiere il giro di boa descritto nel titolo.
Non si tratta di tornare indietro, piuttosto di un biforcare da coloro che raccontano che l’unica via possibile, per l’intrapresa, sia oggi puntare verso il mare aperto. Ma andare sempre più avanti seguendo questa rotta porterebbe ad allontanarci sempre più da chi siamo e da cosa siamo capaci di fare.
Per questo il Rapporto ha anche un sottotitolo: “Il segno che resta dell’imprenditività italiana”.
Oggi all’Italia è richiesto un passaggio storico, nella consapevolezza che, se occorre certamente continuare la navigazione, è necessario recuperare un sapere – relazionale, contestuale, metodologico, artistico, antropologico – che rischiamo di perdere. Per rilanciare l’imprenditività, si potrebbe ripartire dal segno che ancora vive in tanta intrapresa, come testimoniano efficacemente le interviste raccolte: l’imprendività italiana perde la rotta senza un umanesimo operativo – la capacità di trovare chiavi sempre nuove ed attuali per coniugare funzione e senso, locale e globale, tradizione e innovazione, rigore e improvvisazione – che possa fungere da bussola al giro di boa che ci attende.
Laboratorio di
MANAGEMENT
GENERATIVO
GIRO DI BOA. IL SEGNO CHE RESTA DELL’IMPRENDITIVITÀ ITALIANAIl terzo Rapporto Italia Generativa
QUESTION
TIME
Le nostre progettualità si articolano attorno a cinque azioni principali, semplici ma versatili, capaci di adattarsi a diversi contesti relazionali e di costituire la base per percorsi ludici, educativi, espressivi e creativi:Sostare: fermarsi in un luogo e “starci”, in tranquillità e silenzio, con uno sguardo aperto e disponibile. Significa abitare lo spazio in modo nuovo, diverso da quello passivo e distratto a cui siamo spesso abituati.Ascoltare: prestare attenzione alle voci e ai suoni dell’ambiente urbano: le conversazioni tra passanti, i rumori della strada o, dove ancora presenti, i suoni della natura.Dare voce: riscoprire il valore del saluto, della conversazione spontanea, del dialogo con sconosciuti. Significa avere il coraggio di rivolgersi all’altro e godere del piacere di una chiacchierata.Scrutare: osservare con curiosità e attenzione, senza malizia, alla ricerca dell’inedito (un dettaglio nascosto, un gesto significativo o una bellezza inaspettata). Questa azione può essere arricchita dall’uso di strumenti fotografici o video per catturare e valorizzare ciò che l’occhio ha scoperto.Immaginare: riflettere sul possibile, dare forma concreta ai desideri e contribuire alla co-progettazione di spazi e territori urbani più inclusivi e abitabili, anche per le nuove generazioni.
Queste azioni possono acquisire anche un importante valore formativo e orientativo, soprattutto quando accompagnate dalla presenza di professionisti capaci di condividere con i giovani le proprie competenze ed esperienze (fotografi, videomaker, paesaggisti, antropologi, ecc.).
INTER
NAZIONALE
GENERARE RICCHEZZA CIVICA ATTRAVERSO COMUNITÀ, IMPRENDITORIALITÀ E REGIMI DI SUPPORTO – Tom Lumpkin e Sophie Bacq
Le aziende per attuare questo all’interno della propria organizzazione hanno bisogno di professionisti specializzati in tema di inclusione lavorativa, professionisti che sono in grado di offrire delle strategie concrete per superare i bias, creare un clima di lavoro accogliente e duraturo nel tempo.
Per inserire una persona fragile in un contesto aziendale è necessario conoscere bene le esigenze dell’azienda. Possiamo evidenziare 4 strategie di successo ai fini dell’inserimento lavorativo della persona con fragilità:
Analisi dell’azienda e delle mansioni attraverso il processo della mappatura
Individuazione del potenziale candidato e la corrispondenza della mansione individuata
L’accompagnamento dell’inserimento lavorativo in azienda della persona fragile
Assistenza e monitoraggio continuo verso la risorsa fragile e verso i suoi colleghi
Fin qui ho evidenziato i passi necessari per costruire un modello virtuoso nell’ accompagnare le aziende verso il processo di inserimento lavorativo. Modello che all’interno di VALEMOUR è parte della missione che i soci fondatori della Fondazione Più di un Sogno hanno affidato alla cooperativa sociale Vale un Sogno, che si occupa di attivare dal 2010 percorsi socio-educativi personalizzati, coordinati e continuativi, tutti rientranti in un Progetto di Vita concreto basato sulla singola persona e la sua famiglia. Infatti, la volontà dei fondatori fu quella di strutturare un’organizzazione che si ponga come interlocutore verso tutti i portatori di interesse: famiglie, ente pubblico, imprese e società civile. L’intervento di VALEMOUR si inserisce nel più ampio disegno globale di garantire i diritti umani delle persone con disabilità. In particolare, con il suo impegno contribuisce alla realizzazione dell’Obiettivo sostenibile numero 8 dell’Agenda 2030, ovvero incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un'occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti.
Abbiamo tante esperienze positive da raccontare, tante buone relazioni costruite negli anni. Oggi vorrei raccontare come siamo diventati partner di una grande azienda che ci ha permesso in primis, di arricchirci come team multiprofessionale e soprattutto di trasferire il nostro know-how all’azienda stessa e anche a tantissime organizzazioni nazionali. Quindi, ci ha permesso di esprimere ancora più fortemente la nostra vera natura, ovvero quella di essere un generatore di impresa che nasce per favorire l'inserimento lavorativo di giovani con disabilità intellettiva e contribuire alla realizzazione di una economia sociale e partecipativa in grado di realizzare valore condiviso con il proprio territorio.
Uno degli esempi concreti di generatività è il progetto ALL IN, un lavoro di squadra per l’inclusione lavorativa di persone con disabilità intellettiva. Favorire l’inclusione sociale e lavorativa di persone con disabilità intellettiva e creare una comunità aziendale accogliente nei confronti delle fragilità è il grande obiettivo del progetto ALL IN, realizzato in partnership da Tack TMI, VALEMOUR, Fondazione Più di un Sogno e Inditex Italia (Zara, Pull&Bear, Massimo Dutti, Bershka, Stradivarius, Oysho e Zara Home). Avviatosi a fine 2021 con due progetti pilota a Verona e a Milano, oggi il progetto ALL IN è presente sul territorio nazionale e coinvolge numerose organizzazioni non profit locali che si impegnano nell’inserimento lavorativo di giovani con disabilità intellettiva. ALL IN intende creare un cambiamento nelle comunità aziendali, partendo dai negozi di Inditex Italia, attraverso una solida e continuativa collaborazione tra profit e non profit, la formazione dei dipendenti dell’azienda e degli educatori delle ONP, percorsi di coaching e di monitoraggio.
di Linda Perlaska
Giurista di formazione, sviluppo di impresa sociale, formazione, sviluppo cultura aziendale inclusiva, DE&I.
VIE
Una terra che interpella:
i problemi e la chiamata
GENERAZIONI
di Giuseppe La Rocca
Direttore della Fondazione Comunitaria di Agrigento e Trapani, esperto di politiche di sviluppo locale e terzo settore, collabora conGenialis
I pionieri: responsabilità
che diventa azione
SEGNALI
di BELLEZZA
INNOVARE L’IMPRESA CON L’ARTE Intervista al dott. Marcello Smarrelli, Direttore Artistico Fondazione Ermanno Casoli
Generatività, additività, plusvalore, eccedenza sono tratti essenziali dell'agire umano. La generatività sociale non è che una forma esemplare, come l’arte, come il comportamento morale, della più generale generatività che contraddistingue la specie umana.
Sul piano della produzione estetica, dei funzionamenti cognitivi, dell’attività economica, del comportamento morale e sociale, è infatti l’agire umano in quanto tale a essere intessuto di generatività: un agire creativo in relazione al mondo, secondo cui il vivente, recependo dall’esterno stimoli, spunti, sollecitazioni, è in grado di trasformare ciò che accoglie in modo non deduttivo e non deterministico, generando transattivamente forme nuove, costellazioni inedite, sintesi originali e autonome non derivabili dalle singole premesse.
L’agire umano è, con le parole di Luigi Pareyson (1988),“un tal fare che mentre fa inventa insieme il modo di fare” (p. 30) ].
Probabilmente questa additività appartiene già alle soglie inferiori della vita, che trasformando l'inorganico in organico opera costantemente un salto qualitativo di specie. Ma nel vivente questa caratteristica biologica si precisa ed intensifica, sino a divenire il suo tratto distintivo e dominante. L’uomo è colui che ha da agire, e ha da agire in modo libero, determinando sé e il mondo su basi non ancora codificate.(2)
È ciò che Giaccardi e Magatti (2024) chiamano “tensione neghentropica”, ovvero quel dinamismo caratteristico della vita in grado di unificare il molteplice, cioè l’entropico, secondo leggi organiche sempre nuove e diverse: «un organismo vivente è infatti una struttura naturale che – grazie allo scambio costante di materia ed energia con l’ambiente circostante – crea e mantiene le condizioni che rendono possibili processi di auto-organizzazione. L’insieme di queste condizioni è ciò che chiamiamo “vita”» (p. 23). Queste forme “neghentropiche” sono in relazione strutturale, organica e genetica con l’ambiente, il “ground” inanimato da cui derivano i propri input, di cui tuttavia non sono né la somma né il calco automatico. Neghentropia ed entropia, vita e morte, unità e molteplice sono tra loro in rapporto dialettico e transattivo, e più che il già formato per la vita e per l’esistente umano conta il costante formare, dov’è messo alla prova il proprio desiderio e il proprio principio vitale. L’uno – l’individuazione, la forma, la vita – presuppone il due – l’ambiente, il ground, il contesto, ma anche il passato, la tradizione e la storia.
Questa formatività generativa non è una attività di creazione dal nulla; né è, per intendersi, una produzione idealistica basata sull’intuizione, come già in Benedetto Croce e in tutta la tradizione idealistica occidentale. È invece lotta e dialogo con una materia, un “già dato” che ci preesiste. È sua interpretazione personale, creativa ma non arbitraria, originale ma non originante; è generazione a partire da un molteplice che ci precede, da organizzare in forme nuove, autonome e sensate, dotate di una propria legalità interna e di un proprio principio organico di sviluppo, cioè in qualche modo forme “altre”, autonome e distinte dal soggetto che le ha generate. Così procedendo, le forme da un lato si distinguono dal soggetto che le ha generate, dall’altro testimoniano un’eccedenza della sua interiorità, una sua potenza additiva che è tra i più profondi misteri dell’animo umano, di cui finiscono per essere il “simbolo”.
La questione dell’eccedenza al cuore dell’agire umano interroga e inquieta l’intera tradizione filosofica moderna e contemporanea. Già Kant (2000) nella sua Critica della Ragion Pura esprimeva stupore per questa capacità inventiva celata nel profondo dell’animo umano di produzione autonoma e creativa di schemi interpretativi non precostituiti, che i suoi stessi principi trascendentali non riuscivano a giustificare interamente: «Questo schematismo del nostro intelletto, rispetto ai fenomeni e alla loro semplice forma, è un’arte celata nel profondo dell’anima umana, i cui veri strumenti noi difficilmente strapperemo alla natura per esporli scopertamente innanzi agli occhi» (p. 138). Ma risalendo oltre, fino alle radici platoniche e aristoteliche della tradizione occidentale, la questione dell’origine delle specie universali sotto cui il pensiero sussume il molteplice dell’esperienza non ha mai smesso di sollecitare la ricerca filosofica. Né la teoria platonica delle “idee”, né quella aristotelica delle “forme”, fornirono una sistemazione soddisfacente alla questione, che in effetti finì per porsi come “la” questione dominante, anche nel successivo dibattito gnoseologico medievale sugli universali, per poi essere consegnata all’intera epistemologia moderna e contemporanea. Né attualmente, ripresa dai filoni contemporanei delle scienze neuro cognitive, la problematica appare essere sciolta.(3)
Il fatto è che il principio generativo, anche in vista di una sua applicazione alla generatività sociale, ha proprio nell’eccedenza il suo presupposto originario. Senza eccedenza non si giustifica la generatività. L’eccedenza, da cui dipende l’additività di ogni operazione umana, si attesta come esperienza di un estraneo nel cuore del medesimo, di cui il soggetto stesso che compie le proprie operazioni non sa darsi conto fino in fondo, e con cui non è in grado di fare tutti i conti. Il più stupito della propria fondazione è, se si mantiene onesto con sé stesso sino in fondo, lo stesso fondatore, che riconosce umilmente di non essere all’origine della propria creazione. Stupore è il nome proprio di ogni creazione umana! Con le parole di Heidegger (2007), Denken ist Danken, pensare è ringraziare. O con quelle ancora più incisive del Poeta veggente Rimbaud, che definiva “questi egoisti” i poeti parnassiani che si reputavano autori e protagonisti dei propri versi, “Je est un Autre”, Io è un Altro(4). O ancora con Bellet (2006), che afferma: «Per quanto mi riguarda, parlo di un altro senso del pensiero, quello dell’ascolto. Per il pensiero è essenziale stare all’ascolto. Significa cogliere “l’estraneo” sotto l’aspetto del dono» (p. 147). O infine e più modestamente, si tratta dell’esperienza narrata dal Pinocchio di Collodi, in cui il burattino che si anima e prende vita sopraffà di gioioso stupore, per quel di più di vita totalmente imprevisto e imprevedibile, il suo artefice Geppetto.
Ecco che l’eccedenza a sua volta mette in gioco, come suo presupposto originario, l’interiorità in cui è possibile sperimentarla, come irrisalibile sorgente donativa. Anche in questo la testimonianza poetica è straordinariamente chiarificatrice circa l’esperienza che il soggetto, attraverso il principio generativo, fa con sé stesso; si pensi alle luminose parole del poeta Paul Celan (2008): «Ben vengano, dai più remoti distretti dello spirito, parole e immagini e gesti, velati come nel sogno e come in sogno». La generatività non è che l’interiorità che si rovescia ad extra. È esteriorità che simbolizza la coscienza, coniugata al mondo. E, in effetti, ogni realizzazione umana generativa è strutturalmente “simbolo” (dal greco syn-bolon), cioè elemento sintetico, concreto e percettivo in cui Io e Mondo sono messi in rapporto, nella mediazione di un varco accessibile all’uno e all’altro. Il principio generativo finisce quindi per mettere in causa la questione della coscienza umana e della sua struttura interiore, intimamente molteplice, relazionale e ospitale, e dunque su un piano essenzialmente antropologico, al di là di qualunque steccato confessionale, finisce per porre la questione della spiritualità del vivente. Perché è un fatto: dalla materia non si deduce la materia, dall’inanimato non sorge l’inanimato.
(1) Da qui in avanti il riferimento è costante e serrato con l’estetica di Luigi Pareyson (1988), che non è in prima battuta una teoria dell’arte, ma uno studio dell’uomo che produce senso, nell’atto di produrre senso, essendo l’attività estetica un caso speciale di un genere universale che comprende ogni operazione umana. Garroni (1992) chiarisce ulteriormente la questione del significato di una teoria estetica per una teoria generale dell’operare umano: «Ciò che chiamiamo estetica è solo marginalmente una disciplina sociale volta all’esame di certi oggetti, per saperne di più, ad esempio scienza dell’arte o del bello, ed è invece essenzialmente uso critico del pensiero, che ha nell’arte, in ciò che da non molto tempo chiamiamo arte, non un oggetto epistemico, ma un referente privilegiato» (p. 25).
(2) Riferendoci alla rivoluzione digitale in atto, specie nei suoi riflessi applicativi all’intelligenza artificiale generativa, potremmo dire che la caratteristica intrinseca con cui il vivente compie le proprie operazioni è di agire in modo non lineare, non regolato da un algoritmo preesistente, bensì in modo tale che, mentre le informazioni vengono combinate, strutturate e articolate in una forma nuova, al contempo e di volta in volta si escogita in modo del tutto creativo e originale l'algoritmo che regola l'intera operazione.
(3) La bibliografia sull’argomento, qui ripreso in assoluto compendio, è ovviamente sterminata, in senso letterale. Perfino la più ampia delle selezioni risulterebbe arbitraria e parziale. Si veda però, per un inquadramento di massima della tematica, Eco U., (1997), pp. 43-101 e 349-373. Circa il dibattito medievale sugli “universali” si veda Gilson E., (1997), in particolare pp.281-312.
(4) Il celebre passo di Rimbaud (2007), tratto dalla Lettera a Paul Demeny, è talmente suggestivo, ai fini di un chiarimento del principio generativo, che merita di essere riportato per intero: «Infatti; Io è un altro. Se l’ottone si desta tromba, non è certo per colpa sua. La cosa mi pare ovvia: io assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto: do un colpo d’archetto: la sinfonia si agita nelle profondità, oppure salta con un balzo sulla scena. Se i vecchi imbecilli non avessero trovato dell’Io che il significato falso, non avremmo da spazzar via questi milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accatastato i prodotti del loro guercio intelletto, proclamandosene fieramente gli autori! [...]. Il primo studio dell’uomo che voglia esser poeta è la sua propria conoscenza, intera; egli cerca la sua anima, l’indaga, la scruta, l’impara. Appena la sa, deve coltivarla; la cosa sembra semplice: in ogni cervello si compie uno sviluppo naturale; tanti egoisti si proclamano autori; ce ne sono molti altri che si attribuiscono il loro progresso intellettuale!».
La bellezza è da sempre celebrata da poeti, scrittori e artisti come una forza che va ben oltre l’aspetto estetico. È una parte integrante della nostra identità culturale e sociale, in grado di influire positivamente sulla vita delle persone e delle comunità. In Italia, dove il patrimonio storico, artistico e paesaggistico è un elemento fondamentale della nostra cultura, la bellezza rappresenta non solo una risorsa visiva, ma anche una fonte di sviluppo economico. In Italia, il legame tra bellezza e cultura è particolarmente forte, dato che la bellezza è la pietra angolare del nostro patrimonio storico, artistico e paesaggistico. Tuttavia, nonostante i numeri indichino una crescita dell'occupazione e un valore significativo per l'economia culturale (104,3 miliardi di euro di valore aggiunto, secondo il rapporto "Io sono Cultura 2024"), il PIL resta stagnante, alimentato da una cultura predatoria che ostacola un progresso sociale e culturale davvero sostenibile.
In questo contesto, l'economia non può ignorare il fatto che esiste una comunità che condivide valori fondamentali, inclusa la dimensione relazionale che definisce ogni parte del nostro vivere sociale.
L'economia non può prescindere da una riflessione sull'oikos, la nostra comune casa, che unisce economia ed ecologia. La simbiosi tra questi due ambiti è cruciale per comprendere come l'ambiente e le risorse siano essenziali per il benessere umano e per lo sviluppo di una società prospera.
Ma come garantire che l'economia non solo rispetti l'ambiente, ma promuova anche la bellezza come motore di educazione e crescita delle generazioni?
In Italia, l’economia della bellezza è diventata un settore cruciale che collega la valorizzazione del patrimonio, la cultura, l'arte, il paesaggio e l'artigianato con opportunità economiche. Le imprese che abbracciano questi principi non solo contribuiscono al bene comune, ma ottengono anche un vantaggio competitivo. L'aspetto cruciale, però, riguarda la scarsa innovazione nelle politiche educative. Se è vero che il futuro della nostra economia e della nostra società dipende dall'educazione, è altrettanto vero che l'attuale sistema scolastico non soddisfa pienamente queste esigenze. Il modello educativo, spesso troppo trasmissivo e scollegato dalla realtà, ha bisogno di un cambiamento radicale.
Il progetto Di Bellezza Si Vive nasce proprio in risposta a questa necessità, proponendo un metodo educativo originale e scientificamente validato per dimostrare come la bellezza, in tutte le sue forme – dall'arte visiva alla musica, dal teatro alla danza, dal paesaggio alla cura dei luoghi – possa essere un'esperienza che amplia il potenziale degli individui, sia dal punto di vista emozionale che cognitivo. Questo approccio si è rivelato efficace nel contrastare la povertà educativa, migliorando le condizioni di vita dei giovani e riducendo i costi sociali legati all’abbandono scolastico precoce e all’impoverimento delle capacità relazionali e cognitive.
Il progetto Di Bellezza si Vive invita a riflettere sul potere trasformativo dell’esperienza estetica, che può arricchire la nostra vita e modificare il nostro modo di interagire con il mondo. La bellezza non è un concetto superficiale, legato a canoni estetici, ma è una forza che emerge dall’interno dell’essere umano, con radici profonde nella nostra biologia e nella nostra evoluzione. Se fino a 200.000 anni fa l’essere umano non riusciva a distinguere la realtà dalla sua rappresentazione, oggi l’esperienza estetica rappresenta una delle principali modalità con cui interagiamo con il mondo, sviluppando una comprensione simbolica di ciò che ci circonda. La bellezza, dunque, nasce da una creazione "inutile", che non ha uno scopo pratico ma che ci permette di esprimere noi stessi e di esplorare il mondo in modo nuovo.
Ma cosa significa veramente "bellezza" per il nostro cervello? La percezione estetica non è mai un processo isolato o individuale, ma avviene sempre in un contesto relazionale. Ogni esperienza estetica dipende dal creatore (ad esempio l’artista), dall’oggetto estetico (l’opera d'arte o la musica), dall'osservatore (ciascuno di noi) e dalla narrazione che accompagna questa esperienza. Se ascoltiamo una melodia, non viviamo solo la musica in sé, ma anche l’emozione che essa ci suscita, il racconto che facciamo di quella sensazione a noi stessi e agli altri. Senza uno di questi fattori, l’esperienza estetica non sarebbe possibile. La bellezza, quindi, è una forza che non riguarda solo l’individuo, ma è frutto di una dinamica sociale, che si nutre delle interazioni tra diversi soggetti e contesti.
Questa connessione tra bellezza e relazioni si estende anche al concetto di conoscenza e quindi di educazione. L’esperienza estetica non si limita al campo dell’arte, ma si può ritrovare in ambiti molto diversi, come la scienza, la spiritualità, la politica e l’amore. Ogni nuova scoperta scientifica, per esempio, può suscitare un’esperienza estetica profonda, capace di estendere la nostra comprensione del mondo e di noi stessi.
Isaac Newton, ad esempio ha vissuto la sua ricerca come un’esperienza estetica, percependo l’universo come un’armonia governata da leggi matematiche che riflettono un ordine sublime. La sua scoperta della gravità non fu solo un risultato scientifico, ma anche una visione poetica della natura, una "musica celeste". Analogamente, Maria Sklodowska Curie, attraverso il suo incessante "non so", ha esplorato l'ignoto e ha scoperto la bellezza nascosta nei misteri della radiazione. Entrambi, con la loro curiosità e determinazione, hanno reso la scienza una via per esplorare e apprezzare una bellezza profonda e universale, dove ogni scoperta rivela un mondo nuovo, sia fisico che estetico. La ricerca scientifica di entrambi è, quindi, un viaggio verso una visione del mondo che non è solo razionale, ma anche profondamente estetica.
La bellezza, quindi, è un motore di crescita in grado di ampliare il nostro orizzonte mentale ed emotivo, dando forma a nuove esperienze e visione del mondo.
La bellezza è anche il centro di un dibattito molto ampio: esiste una bellezza oggettiva? Se per oggettivo intendiamo un valore assoluto e immutabile, come il calcolo di Pi greco, allora la bellezza non è oggettiva. Tuttavia, ciò che è oggettivo in un certo senso è ciò che si sviluppa attraverso la condivisione e l’evoluzione collettiva di un concetto estetico. La bellezza si adatta e cambia con il tempo, a seconda delle dinamiche culturali e sociali, ma è sempre legata a una relazione fenomenologica tra chi crea e chi fruisce dell’arte, della scienza, della politica o di ogni altra forma di espressione umana.
La bellezza, come suggeriva Dostoevskij, può anche essere una forza redentrice, capace di spingerci verso un mondo migliore, più tollerante e consapevole. Ma accedere alla bellezza non è facile. Viviamo in un’epoca che ci spinge verso l’omologazione, verso l’immediato e il consumabile, e la bellezza richiede un impegno che non sempre siamo disposti a fare. La bellezza non è qualcosa che possiamo fruire senza sforzo; essa richiede un certo tipo di educazione, una capacità di andare oltre la superficie e riconoscere l’emozione profonda che essa può suscitare. Quando non siamo educati alla bellezza, non possiamo percepirne la differenza tra una semplice esperienza superficiale e quella che ci cambia, che arricchisce la nostra visione del mondo.
Il progetto Di Bellezza si Vive non è solo un concetto astratto, ma un invito pratico. Se sapremo coltivare la bellezza, se riusciremo ad accedere a quella parte di noi che sa riconoscere e apprezzare il valore estetico, allora potremo trasformare il nostro modo di vivere e di stare al mondo. La bellezza non è un lusso, ma un bisogno profondo che ci permette di evolverci come individui e come società. È attraverso la bellezza che possiamo estendere il nostro concetto di sé e, di conseguenza, contribuire a creare un mondo migliore, più consapevole, più empatico. La bellezza è il motore che ci spinge a essere di più, a essere migliori.
Il progetto ha coinvolto più di 5000 minori e oltre 150 insegnanti ed educatori in nove territori italiani, tra cui Milano, Como, Messina, Catania, Torino e Roma. Le attività si sono concentrate sull’utilizzo delle esperienze estetiche come strumenti di apprendimento, promuovendo l’accesso alla cultura, migliorando la qualità della vita e facilitando la partecipazione sociale. L’obiettivo è stato quello di creare una comunità educante estesa e interdisciplinare, che coinvolgesse famiglie, scuole, artisti, scienziati e attori locali e nazionali, con l’intento di generare nuovi modelli di welfare innovativi.
Il progetto ha dimostrato come la bellezza possa diventare un indicatore di crescita, contribuendo alla formazione di competenze cognitive e non. La bellezza stimola emozioni, pensieri e intenzioni, influendo profondamente sulle relazioni affettive, che sono alla base di ogni apprendimento. L’approccio educativo proposto ha portato a un significativo miglioramento della qualità della relazione tra educatori e minori, attraverso un ascolto attivo e una consapevolezza condivisa dell’importanza di un’educazione che vada oltre la mera trasmissione di contenuti.
Il progetto ha anche sottolineato il ruolo centrale della famiglia e della scuola nella costruzione di una relazione affettiva sana, specialmente nei primi anni di vita, quando il cervello è più plasticamente incline a ricevere e integrare stimoli. L’intervento attraverso la bellezza si è rivelato fondamentale per favorire una relazione genitoriale equilibrata e stimolante. Inoltre, la rigenerazione degli spazi urbani e culturali ha permesso ai giovani di riappropriarsi dei luoghi che frequentano, migliorando la qualità della loro vita e contribuendo alla loro crescita personale e collettiva.
Il rafforzamento delle competenze, il miglioramento delle opportunità occupazionali e il coinvolgimento attivo dei ragazzi nelle scelte educative e professionali sono stati obiettivi principali del progetto. Le esperienze pratiche, come il restauro del palco reale di Como, hanno permesso ai giovani di applicare concretamente le conoscenze scientifico-matematiche, linguistiche ed espressive acquisite a scuola, dimostrando l’importanza di un’educazione che non sia solo teorica, ma anche pratica.
Il progetto Di Bellezza Si Vive ha dato vita a una riflessione profonda su come l'educazione, spesso percepita come rigidamente strutturata e lontana dall’esperienza quotidiana, possa essere trasformata in un laboratorio di bellezza, di partecipazione e di innovazione sociale, capace di generare una società più inclusiva e consapevole.
Questa connessione tra bellezza e relazioni si estende anche al concetto di conoscenza. L’esperienza estetica non si limita al campo dell’arte, ma si può ritrovare in ambiti molto diversi, come la scienza, la spiritualità, la politica e l’amore. Ogni nuova scoperta scientifica, per esempio, può suscitare un’esperienza estetica profonda, capace di estendere la nostra comprensione del mondo e di noi stessi. Pensiamo ad Einstein, che attraverso la sua teoria della relatività ha trasformato non solo la fisica, ma anche la nostra visione dell’universo. La bellezza, quindi, è un motore di crescita, in grado di ampliare il nostro orizzonte mentale ed emotivo, dando forma a nuove esperienze e visioni del mondo.
Ma c’è anche una domanda che molti si pongono: esiste una bellezza oggettiva? La bellezza è qualcosa di universale, oppure è soggettiva, legata alle esperienze e alla cultura di ciascun individuo? La risposta è complessa. Se per oggettivo intendiamo un valore assoluto e immutabile, come il calcolo di Pi greco, allora la bellezza non è oggettiva. Tuttavia, ciò che è oggettivo in un certo senso è ciò che si sviluppa attraverso la condivisione e l’evoluzione collettiva di un concetto estetico. La bellezza si adatta e cambia con il tempo, a seconda delle dinamiche culturali e sociali, ma è sempre legata a una relazione fenomenologica tra chi crea e chi fruisce dell’arte, della scienza, della politica o di ogni altra forma di espressione umana.
La bellezza, infatti, ha il potere di salvare. Come Dostoevskij suggeriva, la bellezza può essere una forza redentrice, capace di spingerci a un mondo migliore, più tollerante e consapevole. Tuttavia, accedere alla bellezza non è facile. Viviamo in un’epoca che ci tende spesso verso l’omologazione, verso l’immediato e il consumabile, e la bellezza richiede un investimento, un’impegno che non sempre siamo disposti a fare. La bellezza, infatti, non è qualcosa di accessibile a tutti senza sforzo; essa richiede una certa educazione, una capacità di andare oltre la superficie e riconoscere l’emozione profonda che essa può suscitare. Quando non siamo educati alla bellezza, non siamo in grado di percepirne la differenza tra una semplice esperienza superficiale e quella profonda che cambia la nostra visione del mondo.
"Di Bellezza si Vive" non è solo un concetto astratto, ma un invito pratico. Se sapremo coltivare la bellezza, se sapremo accedere a quella parte di noi che sa riconoscere e apprezzare il valore estetico, allora potremo trasformare il nostro modo di vivere e di stare al mondo. L’esperienza estetica non è un lusso, ma un bisogno profondo, che ci consente di evolverci come individui e come società. È attraverso la bellezza che possiamo estendere il nostro concetto di sé e, di conseguenza, contribuire a creare un mondo migliore, più consapevole, più empatico. La bellezza è il motore che ci spinge a essere di più, a essere migliori.
Il progetto ha coinvolto più di 5000 minori e oltre 150 insegnanti ed educatori in 9 territori italiani, tra cui Milano, Como, Messina, Catania, Torino e Roma. Le attività si sono concentrate sull’utilizzo delle esperienze estetiche come strumenti di apprendimento, promuovendo l’accesso alla cultura, migliorando la qualità della vita e facilitando la partecipazione sociale. L’obiettivo è stato quello di creare una comunità educante estesa e interdisciplinare, che coinvolgesse famiglie, scuole, artisti, scienziati, e attori locali e nazionali, con l’intento di generare nuovi modelli di welfare innovativi.
Il progetto ha mostrato come la bellezza possa diventare un indicatore di crescita, un fattore che non solo arricchisce la vita individuale, ma che contribuisce anche alla formazione di competenze cognitive e non. La bellezza, infatti, stimola le emozioni, i pensieri e le intenzioni, e influisce profondamente sulle relazioni affettive, che sono alla base di ogni apprendimento. L’approccio educativo proposto ha portato a un significativo miglioramento della qualità della relazione tra educatori e minori, attraverso un ascolto attivo e una consapevolezza condivisa dell’importanza di un’educazione che vada oltre la mera trasmissione di contenuti.
Il progetto ha anche evidenziato il ruolo centrale della famiglia e della scuola nella costruzione di una relazione affettiva sana, specialmente nei primi anni di vita, quando il cervello è più plasticamente incline a ricevere e integrare stimoli. L’intervento attraverso la bellezza, dunque, si è rivelato fondamentale per favorire una relazione genitoriale equilibrata e stimolante. Inoltre, la rigenerazione degli spazi urbani e culturali, attraverso attività creative e culturali, ha permesso ai giovani di riappropriarsi dei luoghi che frequentano, migliorando la qualità della loro vita e contribuendo alla loro crescita personale e collettiva.
Il rafforzamento delle competenze, il miglioramento delle opportunità occupazionali e il coinvolgimento attivo dei ragazzi nelle scelte educative e professionali sono stati obiettivi principali del progetto. Le esperienze pratiche, come il restauro del palco reale di Como, hanno permesso ai giovani di applicare concretamente le conoscenze scientifico-matematiche, linguistiche ed espressive acquisite a scuola, mettendo in luce l’importanza di un’educazione che non sia solo teorica, ma anche pratico-applicativa
DI BELLEZZA SI VIVE ha dato vita a una riflessione profonda su come l'educazione, spesso percepita come un sistema rigidamente strutturato e lontano dall’esperienza quotidiana, possa essere trasformata in un laboratorio di bellezza, di partecipazione e di apprendimento integrato. La sfida che ci siamo posti è stata ambiziosa: non solo favorire l'innovazione educativa, ma promuovere una visione complessa dell'educare, dove bellezza e apprendimento diventano alleati imprescindibili, e dove ogni singolo atto educativo possa essere un momento di rinascita per la comunità.
Il cuore pulsante di questo progetto è il Manifesto DI BELLEZZA SI VIVE, una vera e propria dichiarazione di intenti che si articola in nove principi fondamentali. Ogni punto del Manifesto rappresenta una sfida, una responsabilità condivisa da tutti gli attori sociali, politici e culturali coinvolti. L'idea che la bellezza non sia solo estetica, ma un principio che emerge dalle esperienze incarnate e che possiede un potenziale trasformativo, è alla base di questa rivoluzione educativa. La bellezza, lontana dalla sua accezione superficiale, diventa uno strumento per connettere la scienza, le discipline umanistiche, l'arte e la transizione ecologica, creando spazi di apprendimento in cui il sapere e l'emozione si fondono.
Il Manifesto non è solo una dichiarazione teorica, ma un invito a una trasformazione concreta. A testimoniarlo è la creazione di un ebook interattivo che, oltre a raccogliere e spiegare i principi alla base del Manifesto, diventa uno strumento operativo e divulgativo per tutti coloro che operano nell'ambito educativo: insegnanti, genitori, educatori, ma anche chiunque desideri partecipare a questa visione di una scuola che sia davvero un luogo di bellezza, stimolo e inclusione.
Questo ebook, volutamente gratuito e accessibile, rappresenta una risorsa preziosa, pensata per offrire un supporto metodologico e scientifico, ma anche per raccontare storie ed esperienze di grande valore che sono state messe in atto durante il progetto. Attraverso una combinazione di contenuti video, audio e testuali, l’ebook guida il lettore alla scoperta dei metodi di ricerca-azione e co-design, con un focus particolare sul Research Based Learning (RBL), che ha fornito un quadro teorico solido per le sperimentazioni sui territori.
Non si tratta solo di un manuale, ma di un vero e proprio strumento di storydoing che permette ai lettori di applicare i concetti del Manifesto nella pratica quotidiana. Le esperienze descritte non sono meri esempi, ma vere e proprie testimonianze di come la bellezza, intesa come valore condiviso e attivo, possa essere un veicolo potente per migliorare l’educazione. Il Manifesto diventa quindi il cuore pulsante di un cambiamento che ha bisogno di essere diffuso, vissuto e messo in pratica in ogni angolo della società.
L’aspetto più innovativo di questo progetto è proprio l’integrazione tra teoria e pratica, tra il Manifesto e l’ebook. Se il primo traccia una visione di cambiamento radicale, il secondo fornisce le chiavi per realizzarlo, con un approccio che non solo educa alla bellezza, ma fa della bellezza un punto di partenza per una nuova metodologia educativa. L'ebook rappresenta, quindi, una guida per chi vuole apprendere come la bellezza possa essere inserita nei programmi scolastici, senza ridursi a un’estetica fine a sé stessa, ma diventando parte integrante del processo educativo.
L’interazione tra chi educa e chi è educato, il legame affettivo che si costruisce nella relazione, sono essenziali affinché l’educazione possa essere realmente trasformativa. L’ebook aiuta a comprendere che il cambiamento non avviene solo nell’approccio teorico, ma attraverso pratiche quotidiane, come l'integrazione di esperienze artistiche nei processi di apprendimento delle materie tradizionali, che spingono gli studenti a vedere il mondo con occhi nuovi, stimolando creatività, curiosità e passione.
Il valore di questo strumento sta anche nella sua capacità di promuovere un cambiamento nella formazione degli adulti. Le esperienze di bellezza, infatti, non devono rimanere confinati al mondo degli studenti, ma devono essere parte integrante anche della formazione degli educatori, genitori e della comunità in generale. Solo con una rete educativa formata e consapevole sarà possibile abbattere le barriere che oggi impediscono l'accesso alla bellezza come pratica educativa. In questo senso, l’ebook funge anche da catalizzatore di un cambiamento sociale più ampio, promuovendo un’educazione che non solo educa alla cultura, ma che diventa cultura stessa.
DI BELLEZZA SI VIVE ci invita a ripensare l’educazione come un atto generativo e trasformativo. E, attraverso l’ebook, ci offre la possibilità di portare questa visione nelle scuole, nelle famiglie, nelle comunità, affinché ognuno di noi possa diventare parte di un movimento più grande, capace di valorizzare il bene, la giustizia, l’inclusione e la bellezza in tutte le sue forme. L’ebook, dunque, non è solo un manuale, ma un invito a vivere, con passione e consapevolezza, l’educazione come un atto di bellezza quotidiana.
In conclusione, il progetto DI BELLEZZA SI VIVE ci offre un’opportunità straordinaria per riflettere sulla nostra responsabilità educativa e sociale. L’educazione, così come la bellezza, ha il potenziale di trasformare la vita di ciascun individuo, di rafforzare la comunità e di abbattere le barriere della povertà educativa, che oggi minacciano il futuro delle nuove generazioni. Il Manifesto che ne è alla base, insieme all’ebook interattivo, non è solo un punto di arrivo, ma un invito a mettersi in cammino, a lavorare insieme per costruire una scuola, una famiglia e una società che siano davvero luoghi di apprendimento, di crescita e di bellezza.
Questa bellezza, che non è solo forma o estetica, ma un principio dinamico e trasformativo, ci chiama a una continua ricerca di bene, giustizia e benessere, riconoscendo che, quando perseguita con tenacia e impegno, la bellezza può superare le difficoltà e rivelarsi una forza potente per il cambiamento. L’ebook diventa, in questo contesto, uno strumento che ci permette di tradurre questa visione in azioni concrete, in pratiche quotidiane che coinvolgono ogni attore educativo. Non si tratta più di sperimentare la bellezza come qualcosa di esterno o episodico, ma di farla diventare una parte integrante del nostro modo di educare, di relazionarci, di apprendere.
L’augurio che accompagna questo progetto è che ogni lettore, ogni educatore, ogni genitore, possa trovare ispirazione in questa “bellezza” che non è solo un ideale, ma una pratica viva, capace di generare cambiamento. In questo viaggio, la bellezza diventa il motore di una rivoluzione educativa che non solo risponde ai bisogni dei giovani di oggi, ma che costruisce anche il futuro di una società più consapevole, più inclusiva, più umana. E, finché ci sarà spazio per una bellezza che si fa bene, l’Italia avrà la possibilità di continuare a crescere e prosperare, investendo in un’educazione che sia davvero capace di infondere fiducia e partecipazione.
Le organizzazioni della generatività sociale (OGS)(5) sono quelle formazioni sociali ed economiche che esibiscono al centro del proprio funzionamento la plusadditività sociale, adottando come forma specifica e caratteristica del proprio funzionamento intenzionale la consegna del valore sociale prodotto alle comunità. Per valore sociale si intende quell’insieme di beni tangibili e intangibili, materiali e immateriali, personali e relazionali, che consentono ai singoli e alle formazioni in cui si esprime la loro personalità di ottenere riconoscimento, benessere, equità, legittima realizzazione e dignità sociale. Una definizione più icastica, ma molto suggestiva, di cosa sia il valore sociale è possibile ricavarla dal filosofo Paul Ricoeur (2007) che così si è espresso rispetto all’etica sociale: «Definirei la prospettiva etica con questi tre termini: "auspicio della vita buona, con e per gli altri, all’interno di istituzioni giuste”»(6).
Dall’adozione del principio generativo in forma esplicita e intenzionale derivano alle OGS alcune caratteristiche isomorfe, cioè ricorrenti in grado più o meno accentuato in tutte le OGS, al punto da poter essere adottate come criteri di valutazione e discrimine della loro effettiva generatività:
una prima caratteristica delle ogs è la disappropriazione del valore prodotto, cioè la sua consegna ad altri e al mondo. Ciò che viene dall'altro torna accresciuto e umanizzato all'altro. Il loro principio intimo, il loro ideale regolativo è: se il chicco di grano non cade in terra e non muore rimane solo (Giovanni 12, 24). Le OGS incarnano ed esprimono in forma radicale l’ambizione più profonda del desiderio umano, che è generare compagnia. Sovvertono così il paradigma neoliberistico, che suppone invece l’autoriferimento e l’appropriazione totale dei risultati della produzione agli shareholder. Mancini (2004), richiamando il pensiero di Lévinas, così esprime questo rovesciamento di prospettive: «Vi pare piccola rivoluzione se il baricentro del mondo va dall'io all'altro, uno stare faccia a faccia, una comunità di volti, dove il diritto dell'altro verso di me va pensato senza reciprocità, ossia senza il diritto mio di fronte all'altro?».
Una seconda caratteristica delle OGS è la radicale destandardizzazione delle proprie operazioni, che è conseguenza diretta del loro sbilanciamento sul contesto esterno. Le OGS sono costrette alla costante invenzione, in quanto sono chiamate ad agire in modo trasformativo, rispetto a problemi nuovi in contesti sociali turbolenti. Le OGS operano progettualmente, e in modo idiosincratico, anche quando gestiscono servizi ripetitivi. In un certo senso il loro funzionamento è il contrario speculare del proceduralismo burocratico, che è invece la caratteristica della Pubblica Amministrazione. Tanto le OGS sono tenute a vigilare sul tendente isomorfismo che il rapporto con le burocrazie amministrative può produrre, quando il Terzo Settore accetta di ridursi a parastato.
Una terza caratteristica delle OGS è la loro socialità radicale, cioè la loro struttura relazionale sia interna che esterna. La socialità è per le OGS ciò che l'interiorità, a sua volta ritmata relazionalmente, è per la persona umana. «Dove due o tre sono riuniti» (Matteo 18, 20): allora accade la generatività sociale! La generatività sociale non tollera solitudini e isolamenti, non è storia dell'ego, la sua condizione di felicità è la comunanza. Ogni storia generativa è storia di un incontro. “Con altri” è la sua legge di sviluppo, e insieme il suo discrimine più autentico. Ogni organizzazione genuinamente generativa rivela al suo interno di essere espressione di comunità, e spesso è manifestazione in superficie di intrecci ancora più profondi, che nel patto organizzativo si riannodano come comunità di comunità.
Una quarta caratteristica è che le OGS sono propizie, e propiziate, dalla cura dell'interiorità. L'atto di generare si fonda su un accordo originario al mondo, secondo Heidegger (1976) una situazione affettiva (Befindlichkeit), con cui siamo “intonati” all’Essere mediante singoli “accordi” emotivi (Stimmungen), che costituiscono le condizioni effettive alle quali il mondo stesso è rappresentato, percepito, progettato dal vivente (pp. 172-178). In quanto tali, precedono il mondo e lo determinano. L’esperienza di pienezza percepita, di sovrabbondanza che urge dentro, di eccedenza interiore sono le “stimmung” che condizionano la generatività sociale, perfino determinando una certa coazione a generare per semplice effusione di un bene interiormente percepito. Sono, direbbe Paolo di Tarso, l’esperienza di quella “potenza straordinaria che ci abita”, di quel “tesoro che noi abbiamo in vasi di creta”, per ricordare sempre che, in ultima analisi, il principio vitale che esprimiamo non viene da noi (2 Corinzi 4, 7). La cura di queste dimensioni così profonde e intime è dunque una questione fondamentale, perché da loro dipende la stessa maggiore o minore generatività dell’azione di una OGS, che non è altro che manifestazione storica e sociale di una spiritualità, da manutenere e alimentare costantemente, perché la vita continui a passare.
Una quinta caratteristica è il rapporto delle OGS col tempo, e il rinvio alla speranza: le OGS rielaborano costantemente il proprio passato, criticano e trasfigurano il presente, anticipano e prefigurano in nuove forme il futuro desiderato, che, in quanto futuro, è per loro la qualità dell’Essere. L’azione delle OGS è, parafrasando Marx (1969), «il movimento reale che trasforma lo stato delle cose presente». L’agire delle OGS si conforma alla speranza, che a sua volta, secondo Moltmann (1970) non tende a «gettar luce sulla realtà esistente, ma su quella veniente», e «non regge lo strascico alla realtà, ma porta la fiaccola davanti a lei», perché la speranza «non conduce l’uomo a conformarsi ed accordarsi alla realtà data, ma lo coinvolge nel conflitto tra esperienza e speranza» (p. 12), in quanto «colui che ha questa speranza non potrà mai adattarsi alle leggi e alle fatalità ineluttabili di questa terra: né al carattere inevitabile della morte né al fatto che il male generi sempre altro male» (p. 15). Le OGS sono dunque realtà ed espressioni sociali niente affatto innocue, rispetto agli assetti presenti. Sono anzi la più esiziale delle minacce per l’attuale sistema tecno capitalistico, basato sullo sfruttamento delle pulsioni umane, messe letteralmente al lavoro della produzione di valore attraverso la coazione al consumo, e non è nemmeno da escludere che, laddove la loro azione divenisse più incisiva, il sistema stesso reagirebbe, contrastandole esplicitamente o tentando di addomesticarle, rabbonendole con qualche beneficio. Qualche segnale in merito ci pare già in atto. I motivi li spiega bene, da ultimo, Byung-Chul Han (2025), che nel suo recentissimo saggio scrive: «I consumatori non sperano nulla. Hanno solo desideri o bisogni. Non hanno bisogno di nessun futuro. Dove il consumo diventa totalizzante, il tempo si atrofizza e si blocca in un presente permanente fatto di bisogni e del loro soddisfacimento. La speranza non appartiene al vocabolario capitalista. Chi spera, non consuma» (p. 27). L’azione delle OGS è esercizio metodico, intenzionale e militante della speranza, che confina con l'escatologia. Questo è anche ciò che rende attrattive queste espressioni sociali, perché simboliche: simbolizzano una “passione per il possibile” che corrisponde al più radicale desiderio umano, e lo rendono percepibile e sperimentabile.
(5) Poche denominazioni sono opache e fuorvianti quanto quella di “non profit”, peraltro spesso corrotta nel lessico comune in “no profit”. In primo luogo, come tutte le definizioni privative, dichiara quale non sia lo scopo delle organizzazioni che denomina, lasciando del tutto impregiudicati i loro scopi autentici. Adombrando addirittura l’idea che gli enti “non profit” siano in sé orfani di scopi, quando invece è evidenza comune che siano proprio queste tipologie di organizzazioni economiche e sociali a essere economie “purpose-driven” (si veda su questo Pearlman, 2018), perseguendo intenzionalmente nel nostro ordinamento dei “superscopi” collettivi, per la realizzazione del bene comune. Tali sono tutti i settori di attività attualmente ricompresi all’art. 5 del Codice del Terzo Settore (D.lgs. 117/2017) in quanto afferenti all’ “interesse generale”. In secondo luogo, la denominazione esprime una visione del tutto dicotomica e oppositiva, tipica dei sistemi anglosassoni, che ripartisce l’agire economico e sociale tra “profit” e “non profit”, quando invece la fenomenologia concreta porta a scorgere piuttosto una gradazione, in termini di internalità ed esternalità positive e beni sociali prodotti dalle organizzazioni ricomprese nei due ordinamenti. Infine, ed è la più forte obiezione, “non profit” e più ancora la versione corrotta “no profit” suggeriscono che la caratteristica intrinseca delle organizzazioni sia un basso livello di additività e plusvalore, in relazione agli input acquisiti. È esattamente l’opposto. Anche in termini astrattamente giuridici, la caratteristica degli Enti del Terzo Settore non è il divieto di produzione di utili, che in sé non sussiste, quanto quello di appropriarsene. Il fatto che il valore aggiunto realizzato, la generatività specifica che dovrebbe caratterizzare gli Enti del Terzo Settore non è tanto economica, quanto sociale, non sottrae nulla al fatto che di autentico valore aggiunto si tratti. Al postutto, non profit pare una di quelle denominazioni nate nel campo economico, da attori economici, per delimitare ciò che economico, od esclusivamente economico, non è. È dunque una definizione fortemente eteronoma. Preferiamo pertanto sostituire alla denominazione “non profit” quella di “Organizzazioni della generatività sociale”
(6) Cfr. anche Ricoeur (1993), pp. 263 e ss.
(7) La caratteristica degli Enti del Terzo Settore, alla luce del CTS, è in effetti proprio questa ibrida coesistenza di natura pubblicistica e ordinamento privatistico. Una definizione molto pregnante è riportata nel documento di ricerca n° 17 a cura del Gruppo di Studio per il Bilancio Sociale “Rendicontazione Sociale nel Non Profit e Riforma del Terzo Settore”, a cura di Rogate., Sacconi, Esposito, Magrassi, Palombelli, Viviani (2020) che qualifica tali enti in quanto «forme di impresa o organizzazioni che tecnicamente sono “senza interessi proprietari”, poiché nessuno ha diritto di prelievo dell’utile per scopi privati, e che devono perseguire una finalità sociale in senso universalistico, attraverso l’equo bilanciamento degli interessi dei vari soggetti che contribuiscono al suo perseguimento, avendo però come finalità principale la soddisfazione di un interesse generale o di un bisogno prioritario rispetto agli interessi di coloro che cooperano alla sua soddisfazione» (p. 35).
ECO
SISTEMA
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PENSIERO
PER LA FRUIZIONE CON IPAD CONSIGLIAMO DI POSIZIONARE
IL DEVICE IN ORIZZONTALE
Will Media un'informazione giovane per scoprire il mondoi
Accettare il conflitto
di Gabriele Segre
3
SEGNALI DI BELLEZZA
GENERAZIONI
Tecnologia e Generatività Sociale
Il pensiero tecno-ottimista di Peter Bloom
INTERNAZIONALE
di Giacomo Checchin
Pensare oltre, pensare l'inedito
EDITORIALE
LABORATORIO DI MANAGEMENT GENERATIVO
di On! Impresa Sociale
QUESTION TIME
La leadership Generativaovvero una prospettiva sul potere di generare libertà e responsabilità nelle organizzazioni contemporanee
Questa sezione è proposta in collaborazione con
Fondazione Italia Patria della Bellezza
LECHLER
La cultura del colore
VIE
di Riccardo Della Valle
LABORATORIO è la sezione dei Quaderni Genialis dedicati alle organizzazioni incontrate nel Laboratorio di Management Generativo.Destinato a figure apicali nelle organizzazioni, il LMG è un luogo di confronto e di ideazione collettiva ispirata dalla generatività sociale, in vista di sperimentazioni concrete nelle organizzazioni. Il LMG intende stimolare lo sviluppo di nuovi modelli di pensiero e di azione manageriali generativi di un “di più” di valore e accompagnare sperimentazioni trasformative dei contesti, nell’intreccio tra riflessione e formazione, dimensione teorica e pratica.
di Ugo Morelli
Va' Sentiero:camminare, scoprire, condividereINTERVISTA a Sara Furlanetto e Yuri Basilicó
di Alessandro Sancino
Perché le organizzazioni non devono avere paura della fragilità
Fondazione GiGroupstrategie e iniziative per superare le disparità di genere per un futuro del Lavoro Sostenibile
ECOSISTEMA
PENSIERO
Carlotta Toscano
Luigi Tufariello
Giorgia Turchetto
Riccardo Della Valle
Coordinamento Scientifico:
Prof. Mauro Magatti, Dott.ssa PhD Patrizia Cappelletti
Tutti i dirirtti riservati
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edizione n.3 - Maggio 2025
Hanno collaborato a questo numero:
Giacomo Checchin
Antonio Finazzi Agró
Giuseppe La Rocca
Linda Perlaska
Angela Rizzo
in copertina
I Quaderni Genialis sono un progetto di
INDICE
Sara Sampietro
Alessandro Sancino
MIchele Silenzi
realizzati con il supporto di
EDITORIALE
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Coordinamento Scientifico:
Prof. Mauro Magatti,
Dott.ssa PhD Patrizia Cappelletti
Hanno collaborato a questo numero:
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